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lunedì 31 marzo 2014

Risultati Finanziari 2013 SMA Solar Technology

Fatturato e utile di SMA Solar Technology AG in riduzione a causa del crollo del mercato europeo

 

Dati salienti del 2013:

5,4 gigawatt di potenza di inverter venduti (2012: 7,2 GW)

Fatturato pari a 932,5 milioni di Euro, in linea con le previsioni (2012: 1,5 miliardi di Euro)

La quota di esportazione sale al 71,0% (2012: 56,3%)

Il risultato operativo aziendale (EBIT), pari a -89 milioni di Euro (2012: 102 milioni di Euro), risente delle spese straordinarie

Indipendenza finanziaria con una liquidità netta di 308,1 milioni di Euro (31.12.2012: 446,3 milioni di Euro)

Confermate dal Consiglio direttivo le previsioni di fatturato e i risultati per il 2014

 

Niestetal, 31 marzo 2014 Nel 2013 SMA Solar Technology AG (SMA/FWB: S92) ha venduto inverter fotovoltaici per una potenza complessiva di 5,4 gigawatt (2012: 7,2 GW), difendendo così la propria leadership mondiale in un mercato fortemente concorrenziale. Nel 2013 la richiesta mondiale di inverter fotovoltaici è salita a 40 gigawatt con un aumento del 25% circa. Il dimezzamento del mercato europeo è stato più che compensato dalla forte richiesta in Cina e in Giappone. Circa la metà dei nuovi sistemi fotovoltaici sono stati installati in questi due mercati. Nel 2012, la Cina e il Giappone costituivano circa il 20% del mercato mondiale. Come azienda fortemente specializzata nel settore fotovoltaico, SMA risente fortemente delle variazioni regionali della domanda.

Nel 2013, a causa della forte riduzione della domanda in Europa e dell'elevata pressione sui prezzi, il fatturato di SMA si è ridotto del 36,3% ed è stato pari a 932,5 milioni di Euro (2012: 1,5 miliardi di Euro). Il volume d'affari si attesta nel range compreso fra 0,9 e 1,0 miliardi di Euro come previsto dal Consiglio direttivo. La quota di esportazione ha raggiunto il 71,0% (2012: 56,3%). SMA non è stata in grado di compensare un così repentino crollo della domanda in Europa con il processo di internazionalizzazione dell'azienda, già perseguito da diversi anni. In particolare, in Cina e in Giappone, dove le barriere all'ingresso sono molto alte, SMA sta muovendo i primi passi verso la conquista del mercato.

Il risultato operativo aziendale (EBIT) è stato pari a -89,1 milioni di Euro. Il margine EBIT è pari a -9,6% (2012: 7,0%). Il risultato operativo tiene in considerazione le spese straordinarie legate alla rivalutazione dei crediti e dell' inventario, pari a 41 milioni di Euro, alla riorganizzazione del personale avviata nell'agosto 2013, pari a 25,1 milioni di Euro, alle perdite iniziali della filiale cinese Zeversolar, pari a 15 milioni di Euro. Nel periodo di riferimento, l'utile netto consolidato della società è stato pari a -66,9 milioni di Euro (2012: 75,1 milioni di Euro). Il totale di bilancio si è ridotto del 5% ed è pari a 1,26 miliardi di Euro (2012: 1,33 miliardi di Euro). Nonostante le perdite elevate, con una quota di capitale proprio pari a quasi il 58 % e una liquidità netta di oltre 308 milioni di Euro, SMA continua ad avere una solida struttura patrimoniale ed è finanziariamente indipendente.

"Per la prima volta nella storia dell'azienda dobbiamo registrare un risultato negativo dovuto al forte crollo del mercato europeo. Nonostante la situazione difficile, il Consiglio direttivo di SMA non ha ridotto gli investimenti nello sviluppo tecnologico, ma li ha aumentati investendo più di 100 milioni di Euro. È questo infatti l'unico modo per difendere la nostra supremazia tecnologica in un mercato fortemente concorrenziale. Abbiamo inoltre rafforzato la nostra presenza globale costituendo nuove società all'estero e grazie all'acquisizione di Zeversolar, azienda cinese produttrice di inverter. Al fine di essere ancora più competitiva nel medio periodo, SMA intende creare una partnership strategica con Danfoss. Nel complesso non possiamo certamente essere soddisfatti del risultato finanziario. Siamo però convinti di avere posto le basi per un sostenibile miglioramento dei risultati", spiega Pierre-Pascal Urbon, CEO di SMA.

Date le difficili condizioni del mercato, il Consiglio direttivo di SMA si aspetta per il primo trimestre 2014 un fatturato compreso fra 170 e 200 milioni di Euro (1° trimestre 2013: 212 milioni di Euro). La riduzione rispetto all'anno precedente è da imputare prevalentemente al business della progettazione. Il Consiglio direttivo di SMA conferma pertanto le previsioni di fatturato e di utili per il 2014 pubblicate a novembre 2013: il fatturato sarà compreso tra 1,0 miliardi di Euro e 1,3 miliardi di Euro e il risultato operativo aziendale non supererà, nel migliore dei casi, i 20 milioni di Euro. La previsione si basa su un quadro normativo stabile soprattutto in Europa.

Il report di bilancio per il 2013 è disponibile online su www.SMA.de/IR/Finanzberichte.

     




Impianti Biogas: il miglior rendimento deriva anche dai Servizi

Milano, 31 marzo 2014 - Dal 1995 AUSTEP progetta e realizza impianti biogas per il settore industriale,  agricolo e agro zootecnico, per la produzione di energia da fonti rinnovabili, contribuendo anche in fase di esercizio con la propria assistenza biologica e la manutenzione.

L’innovazione, la competenza e l’esperienza sono valori determinanti che conducono le aziende ad orientare le proprie scelte strategiche e di investimento.  Le referenze degli ultimi anni confermano quanto gli impianti Biogas sviluppati e proposti da Austep rappresentano solidità e affidabilità, grazie anche ai servizi  di manutenzione, previsti dal supporto tecnico onsite e da remoto.

L’importanza dei servizi
Gli elementi di valutazione migliore sono rappresentati da esempi concreti: un impianto biogas  da 999 KW con la tariffa 0,28 €/KW rende al mese circa 200.000 €. Questa è l’aspettativa di chi ha investito e gestisce il proprio impianto biogas, per 15 anni dalla messa in esercizio. Trattasi, a  tutti gli effetti, di un’attività imprenditoriale, che per essere di successo deve funzionare con logiche di efficienza e di affidabilità.
Questo è uno dei motivi per cui, Austep, oltre a curare l’aspetto impiantistico e dell’automazione, ha sviluppato una struttura di assistenza focalizzata sulle esigenze dei clienti. Austep è cresciuta con i propri clienti, sviluppando e mettendo a disposizione una struttura completa (magazzino, parti di ricambio, officina meccanica interna, mezzi  attrezzati, ecc) e personale qualificato per poter gestire al meglio gli impianti, 24 ore al giorno, garantendo un’ efficacia 100%.
Grazie ad una conoscenza approfondita degli impianti installati presso i clienti,  le risorse destinate all’assistenza e al supporto tecnico, sono in grado di intervenire sempre con competenza; in battuta iniziale fornendo indicazioni telefoniche, grazie anche alle informazioni messe a disposizione dal telecontrollo, e successivamente onsite per meglio gestire eventuali situazioni di criticità. Intervenire con efficacia significa ridurre il tempo e la possibilità di fermo impianto.

Le risorse di Austep dedicate al laboratorio di ricerca e sviluppo sono in grado di analizzare e individuare rapidamente le cause di eventuali cali di produzione di un impianto. Grazie alla tecnologia e alle sofisticate attrezzature, è possibile effettuare analisi su varie matrici e accompagnando i clienti verso un cambio di alimentazione, economicamente più conveniente, senza correre rischi. Il supporto e l’assistenza tecnica è sinonimo di affiancamento in tutte le fasi di manutenzione e di gestione biologica degli  impianti.
I dati relativi ai risultati derivanti dagli impianti, vengono  tenuti sotto controllo quotidianamente; le informazioni vengono elaborate settimanalmente e sviluppate modifiche migliorative;  con una frequenza di almeno 2 volte al mese si effettuano manutenzioni programmate, in cui la sostituzione del materiale è inclusa nel servizio di assistenza tecnica. 
Tra i servizi inclusi nel contratto di manutenzione è prevista un’analisi con cadenza mensile di ingressi e di uscite, con condivisione dei risultati e dei trend, con sostituzione di parti di ricambio.

Da cosa nasce cosa
L’esperienza acquisita conferma che ogni azienda ha le proprie esigenze e, in base a questo, viene  modificata l’alimentazione dell’impianto, determinata all’inizio del progetto. Ma come intervenire senza danno al funzionamento dell’impianto, visto che preservare le performance di resa dell’impianto rimane l’obiettivo principale?
Occorre prevedere le possibili criticità per essere pronti a intervenire, suggerendo delle modifiche a livello impiantistico o di pretrattamento.
Sono simulazioni importanti, fatte a quattro mani e con tutte le informazioni a disposizione: caratteristiche e costo dei materiali, concentrazioni limite raggiunte nel digestore, verifica dei tempi di residenza, delle logiche di alimentazione, costo di eventuali modifiche impiantistiche, ecc. Tutte informazioni necessarie a scelte decisionali razionali ed efficaci.

Servizi applicabili a tutti gli impianti, anche se non realizzati da Austep.
In questi casi vengono analizzate attentamente potenzialità e criticità per poter rigenerare l’impianto, con un programma di interventi che vengono implementati subito, con l’obiettivo di massimizzare la redditività dell’impianto, senza indugi.

Come fare
E’ importante intervenire sul sistema di controllo e di automazione, e non sulla tipologia di impiantistica.  Austep, contrariamente ad altri  impiantisti, ha -  all’interno della propria struttura -  una divisione dedicata all’automazione, che è in grado di intervenire modificando o sostituendo il PLC e lo SCADA di qualsiasi fornitore.

Repowering: frutto dell’esperienza
Come aumentare le rese dell’impianto in modo che possa continuare a produrre al massimo e nel frattempo ridurre i consumi di materia prima ?
Dopo aver messo a punto il funzionamento del proprio impianto, è importante migliorare ulteriormente la resa, cioè fare in modo che il potenziale energetico ancora presente nel digestato in uscita dall’impianto, sia ridotto.
Esistono diverse proposte tecniche in tal senso (estrusione, ultrasuoni, elettrocinetica, …) ed è facile incespicare in soluzioni inefficaci o addirittura peggiorative; talvolta accade che il costo energetico o di manutenzione della soluzione scelta, superi il beneficio della riduzione di materia prima introdotta!
Considerando che l’obiettivo primario è rendere economicamente al massimo il proprio impianto, ogni soluzione può essere personalizzata in base alla tipologia di impianto esistente.

“La soluzione impiantistica può risiedere ad esempio nella modifica del sistema di caricamento e pretrattamento oppure nell’inserimento di una soluzione di repowering” commenta l’Ing. Ivana Moscato Service Commercial Manager di Austep “in altri casi la migliore efficienza è ottenibile con il  cambio di regime da mesofilo a termofilo o con la modifica alle logiche di funzionamento.  E’ questa la fase dove le competenze di Austep intervengono per selezionare la soluzione più efficace in termini di costi/benefici”.

Perché non pensare già al futuro ?
L’orizzonte temporale dell’incentivo è di 15-20 anni, ma in questi anni quali sono i possibili scenari?
Il biometano è  un’opportunità nascente, ma si basa esattamente sul prodotto degli impianti: il biogas. Nulla vieta iniziare fin d’ora a ragionare sull’up-grading a biometano. Anche questa idea trova spazio nei servizi messi a disposizione da Austep, dallo studio di fattibilità alla realizzazione del vostro impianto di up-grading Bi-UP completo di  stazione di rifornimento e/o stazione di grid-injection.


Dal 3 aprile in libreria ECO VIAGGIO DENTRO LA TUA CASA di R. Mariano e M. Ruffato




DAL 3 APRILE IN LIBRERIA

Eco-viaggio dentro la tua casa. Consigli pratici per vivere meglio, risparmiando

di Roberta Mariano e Mauro Ruffato



Posi questo libro chi non abbia mai avvertito un leggero disagio davanti alla parola bio.
Chi non abbia mai fatto una gaffe a tavola con un vegano.
Chi non si sia mai sentito osservato mentre getta i rifiuti nei bidoni della raccolta differenziata.
Chi non abbia mai provato un senso di colpa rovesciando nel piatto del cibo in scatola.

Allora? State ancora leggendo? Non preoccupatevi è tutto normale, siete solo un po’ confusi. In voi c’è l’aspirazione a vivere con consapevolezza, abitare in un luogo confortevole, mangiare cibi sani, comportarvi da perfetti genitori, sentirvi artefici del vostro benessere e di quello del mondo che vi circonda: ma siete bombardati da ogni lato da informazioni contrastanti, tra chi vi mortifica sbandierando la propria anima green e chi sfoggia noncuranza per il destino del pianeta.
Popolo di confusi, questo libro è per voi! Scritto da una coppia di giovani architetti alle prese, come tutti, con le difficoltà, le insidie e le perplessità del quotidiano, che grazie alla loro professione e a una particolare sensibilità d’animo hanno intrapreso uno stile di vita semplicemente naturale, senza forzature né estremismi, unendo la necessità di sentirsi bene con quella di far quadrare i conti.
Vi aspetta un vero e proprio viaggio dentro casa: percorrendolo, tappa dopo tappa, raccoglierete preziosi e pratici consigli sul modo migliore di costruire, vendere o acquistare, ma soprattutto vivere la vostra abitazione, e scoprirete come sia semplice, economico e addirittura divertente farlo secondo natura.
Oltre gli ultimi trend che ne hanno fatto un uso legato al gusto e alla moda, la parola “eco” e la parola “bio” qui si riappropriano dei loro significati originari di “casa” e “vita”: perché la nostra casa è una parte di noi e, come noi, può fare la differenza!


«Un manuale del “buon senso” e del “desiderio di contribuire a un mondo migliore”, perché è solo partendo da noi stessi che possiamo cambiare il mondo e per farlo dobbiamo cominciare dal nostro cuore!»
dalla prefazione di Paola Maugeri



IL LIBRO PARTECIPA ALLA 27^ MOSTRA DEL LIBRO DI BORGORICCO - IN ALLEGATO LA LOCANDINA. 

GLI AUTORI SONO DISPONIBILI PER EVENTUALI INTERVISTE.



Roberta Mariano e Mauro Ruffato sono due architetti che vivono e lavorano a Camposampiero (PD). Si occupano di progettazione di edifici, sicurezza nei cantieri, architettura d’interni, certificazioni energetiche e altro ancora. Ma soprattutto sono sposati e hanno un bambino, Manuele. Da diversi anni hanno intrapreso uno stile di vita ecosostenibile, dalla bio-architettura alla bio-alimentazione. Con questo libro aprono la porta della loro casa per invitarvi a condividere piccoli e grandi gesti quotidiani, all’insegna del benessere interiore e del mondo che ci circonda.


Roberta Mariano, Mauro Ruffato
Eco-viaggio dentro la tua casa
(Prefazione di Paola Maugeri)
Editori Internazionali Riuniti
pp. 190
€ 14,00


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Green Events and Meetings: gli orientamenti delle aziende nella nuova indagine di Cisalpina Research


Green Events and Meetings: gli orientamenti delle aziendenella nuova indagine di Cisalpina Research

La sostenibilità negli eventi può offrire vantaggi concreti per le aziende a cui, però,va garantita maggiore formazione, professionalità specifiche e strumenti dedicati.
È quanto emerge della survey del centro studi di Cisalpina Tours,realizzata in collaborazione con EcoCongress e Secretary.it.


Milano, 27 marzo 2014 – La tematica “green” legata al mondo degli eventi e dei meeting è di grande attualità. Se è vero, infatti, che solo il 13% delle aziende italiane dichiara di considerare la Sostenibilità come una realtà ormai consolidata - a cui si aggiunge un 7% che ne ha fatto già la propria mission d’impresa - è anche vero che la restante parte sostiene che la Sostenibilità sia un “progetto/valore in continua evoluzione”, nonché un “asset strategico su cui investire risorse ed energie” nell’immediato futuro. Non a caso, infatti, una buona maggioranza (58%) concorda nel ritenere la Sostenibilità un tema molto importante e, quindi, per nulla trascurabile.

Sono questi i primi incoraggianti dati che emergono dalla recente ricerca “Green Events and Meetings” realizzata da Cisalpina Research - il centro studi creato da Cisalpina Tours per rilevare dati e tendenze, opportunità e sfide del mercato dei viaggi d’affari e degli eventi aziendali -, in collaborazione con EcoCongress, realtà di riferimento nell’organizzazione e nella consulenza di eventi a basso impatto, e Secretary.it, la più grande community di assistenti di direzione in Italia con oltre 8.000 iscritti.

Condotta nel mese di febbraio 2014, attraverso un questionario a risposta multipla somministrato via web ad assistenti di direzione, corporate event manager e a chi, all’interno della propria organizzazione, è incaricato alla gestione degli eventi, l’indagine ha avuto come obiettivo quello di comprendere la percezione delle aziende relativamente all’organizzazione di eventi sostenibili.

I risultati, presentati oggi a Milano durante il workshop formativo di Secretary.it, offrono interessanti spunti di riflessione in relazione alle necessità di supportare maggiormente le imprese - sia a livello formativo, sia con strumenti e soluzioni ad hoc - nella scelta di politiche sostenibili e green. Una scelta legata anche all’organizzazione di meeting ed eventi che, oltre ad avere una spiccata risonanza sociale ed economica sono, oggi, uno dei principali strumenti di marketing.


La Sostenibilità in azienda

La survey ha, in primis, indagato sul tipo di approccio delle aziende al tema della Sostenibilità che, come già detto, si rivela una realtà consolidata solo per il 13% del campione a cui su aggiunge un 7% che ne ha fatto la mission. Lascia tuttavia ben sperare la posizione di un 70% che considera la Sostenibilità un “importante progetto/valore in continua evoluzione” o un “obiettivo su cui vale la pena investire risorse ed energie”.

Sono molte, infatti, le aziende (65%) che avviano progetti di formazione e sensibilizzano i dipendenti su principi e comportamenti di social responsability che spesso, però, si traducono in semplici indicazioni per ridurre il consumo di risorse (acqua, luce, cancelleria) o per incentivare comportamenti virtuosi.

Nonostante la preparazione ancora inadeguata, la volontà di istituire politiche green in azienda non viene meno e, infatti, la maggior parte degli intervistati (58%) concorda nel giudicare la sostenibilità ambientale un tema molto importante, e quindi per nulla trascurabile, anche nella gestione di un evento. Una gestione che, come insegnano gli esperti, deve essere etica e coerente a 360° e non limitarsi all’adozione di isolate iniziative come, ad esempio, la neutralizzazione delle emissioni di CO2 che rimanda alla formula “pago per ripulirmi l’immagine”.

L’interesse e la volontà di approfondire il tema e avviare un percorso per l’adozione di pratiche sostenibili sembrerebbe dunque esistere, anche se, di fatto, manca una fondamentale e profonda conoscenza degli aspetti e delle corrette scelte in tale direzione.

La ricerca ha, poi, voluto analizzare le azioni e gli strumenti che più comunemente vengono adottati dalle aziende per tradurre in concreto le loro buone intenzioni.
Dati importanti emergono relativamente alla scelta di FORNITORI rispettosi di criteri e parametri ambientali già adottata dal 29% del campione e ancora non presa in considerazione da un 12%. La maggior parte delle aziende (42%), inoltre, ha inserito la definizione di una politica formale di acquisti responsabili tra i futuri obiettivi aziendali. Ancora più interessante è quel 17% che, pur non avendo adottato un criterio corporate per la selezione di fornitori, davanti a due offerte uguali, predilige senza dubbio quella del fornitore che dimostra una maggiore sensibilità ambientale.

Tra coloro che propongono attenzione nella scelta di fornitori green, un buon 54% non applica, però, un controllo di conformità post-fornitura. Questo non è, come può sembrare, una negligenza in quanto manca spesso la capacità di capire autonomamente cosa è sostenibile e cosa non lo è.

Diventa quindi fondamentale disporre e affidarsi a strumenti specifici quali, ad esempio, quelli necessari per il calcolo della propria carbon footprint e per la neutralizzazione delle emissioni di CO2 residue, adottati oggi solo dal 28% del campione.


La Sostenibilità negli eventi

Analizzando più nello specifico il tema della Sostenibilità applicato agli eventi, la ricerca “Green Events and Meetings” mette a fuoco alcune situazioni degne di nota e di riflessione.

Esiste innanzitutto una grande confusione sui reali benefici per l’azienda nella gestione di un evento in chiave green: la metà del campione, infatti, ritiene che i vantaggi siano, nel lungo termine, più che altro per l’ambiente, mentre un 33% riconosce la possibilità di una ricaduta positiva in termini sociali e solo il 14% crede ad un possibile vantaggio economico.
Ma, nonostante questo, il 70% degli intervistati è consapevole dell’importanza strategica che avrà in futuro, all’interno dell’azienda, la gestione di eventi a basso impatto ambientale.

Frammentaria anche la consapevolezza di quali siano gli aspetti più importanti e imprescindibili affinché un evento possa considerasi “green”. Dall’indagine vengono infatti considerate molto importanti le attività più facilmente riconducibili all’impatto sull’ambiente come la gestione dell’efficienza energetica (84%), politica formale per la gestione rifiuti (77%), certificazione ambientale (61%), utilizzo di mezzi di trasporto ecologici (58%). Sono invece considerate un po’ meno importanti le attività più collaterali all’organizzazione di un evento sostenibile come il catering (50%), l’utilizzo di cibo a km0, il car pooling (40%) e l’uso di materiali ottenuti da processi di riciclo.

Non sembra dunque ancora chiaro un concetto fondamentale e cioè che la sostenibilità di un evento nasce dall’armonia e dalla coerenza dei diversi aspetti e attività che lo compongono in tutte le sue fasi (dalla progettazione, alla scelta dei fornitori, fino alla gestione e alle compensazioni post evento) e che, quindi, tutti i fattori in gioco sono importanti e determinanti per la realizzazione di un evento in chiave green.

Questo, forse, per l’apparente intangibilità dei risultati di una scelta del genere: la quasi totalità del campione (90%), infatti, non conosce l’esistenza di strumenti di certificazione per la validazione degli eventi sostenibili che, proprio per il loro essere, devono garantire risultati concreti sul piano ambientale, sociale ed economico e non solamente legati alla riduzione delle emissioni di agenti inquinanti.

Da quanto è emerso dall’indagine “Green Events and Meetings” si può concludere che la forte volontà delle aziende nell’intraprendere un percorso di Sostenibilità si scontra spesso con una carenza di conoscenze, professionalità e strumenti. È, quindi, necessario far crescere il dato sulla conoscenza di sistemi e partner che affianchino imprese e società nell’organizzazione di eventi a basso impatto, offrendo il know how necessario in termini di certificazione, calcolo della carbon footprint e di una serie di attività integrate che permettano di agire in modo organico nella definizione di eventi aziendali di grandissimo appeal e successo.

La sostenibilità negli eventi può offrire concreti vantaggi di carattere economico, sociale e ambientale. – commenta Rosemarie Caglia, responsabile marketing di Cisalpina Tours. - Agire in modo organico e integrato sono leve su cui, oggi, le aziende possono attivarsi per migliorare le loro performance e perseguire gli importanti obiettivi di sostenibilità, che contribuiscono, tra l’altro, alla crescita della brand reputation. La nostra divisione Cisalpina MICE è in grado di far sì che un evento non sia solo impeccabile e memorabile, ma anche sostenibile”.

Concetto ribadito da Lucilla Morelli, presidente di EcoCongress: “Chi si approccia al mondo degli eventi sostenibili lo fa per profonda convinzione nei suoi benefici. Il nostro impegno è quello di far capire, anche ha chi nutre legittimamente dei dubbi, quali siano gli innumerevoli vantaggi generati dall’organizzazione di un evento in modo sostenibile piuttosto che tradizionale. Siamo, quindi, pronti a fornire elementi reali per la valutazione, compresi il risparmio economico nell'immediato o una migliore corporate image, oltre ad ottime performance ambientali, e a far capire l'importanza di un lavoro organico e professionale per perseguire questi obiettivi.”

È possibile scaricare la ricerca “Green Events and Meetings” direttamente da questo link:
http://www.cisalpinatours.it/cisalpina-research.html

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Muoversi green ma con stile: anteprima europea HER| Fuorisalone, 7 aprile, Milano


       

INVITO INAUGURAZIONE
7 aprile 2014, ore 18
Anteprima Design Week 2014Goodesign - Ciclofficina, Cascina Cuccagna (Milano)
HER
Artigianato di stile per i nuovi biker urbani
 
In occasione della “Design Week” GoGoBags, primo concept store milanese dedicato alla mobilità urbana, allestisce un temporary store in Cascina Cuccagna.

In anteprima sul mercato europeo la linea di raffinate biciclette ipertecnologiche in teak riciclato HER, disegnate da Caterina Falleni per l’indonesiana WoodenCycle: unione perfetta tra minimalismo, tecnologia, eleganza, funzionalità e resistenza, con un'attenzione particolare al nostro pianeta.

E ancora i migliori marchi di borse, zaini, vestiti e accessori per i nuovi biker urbani, da Timbukt2 (San Francisco, California) a Basil (Ulfit, Olanda), Brooks England (Smethwick, Birmingham, UK), Pedaled (UK) fino a Iva Jean (Seattle) e Georgia in Dublin.

Tantissime proposte dedicate a chi vuole muoversi in maniera “green” senza tralasciare gusto e stile, in attesa di Expo 2015.
RSVP
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DOVE
Cascina Cuccagna, via Cuccagna 2/4 angolo via Muratori - MM3 fermata Lodi
apertura al pubblico: 8-11 aprile ore 10/21, 12-13 aprile ore 11/23

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Press Conference Cogeneration Channel | 7 aprile 2014. 14:00 | Hannover Messe


BENVENUTA A CASA, COGENERAZIONE!
Dal 7 aprile il settore della cogenerazione avrà il suo Canale web dedicato.
Vieni a scoprire questo media rivoluzionario,
Vieni a visitare la casa della cogenerazione!

PRESS CONFERENCE
07th APRIL 2014, 14.00 - 14.30 (a light buffet will follow)
CONVENTION CENTER (CC) - Room 12
Hannover Messe, Hannover

ITAS sigla partnership con Agenzia CasaClima e insieme presentano "Habitas Green"


ITAS e Agenzia CasaClima presentano Habitas Green, la prima polizza per edifici certificati CasaClima


ITAS, la Mutua Assicuratrice più antica d’Italia, da sempre vicina alle persone e al territorio in cui opera, ha concluso di recente un accordo di collaborazione con l'Agenzia per l'Energia Alto Adige – CasaClima di Bolzano. Il primo frutto di questa importante partnership è stato presentato pochi giorni fa nel contesto della fiera Klimahouse Toscana a Firenze: si tratta di Habitas Green, un innovativo prodotto assicurativo pensato per proteggere in maniera specifica gli edifici certificati CasaClima e quelli costruiti secondo i criteri della bioedilizia. ITAS è l’unica compagnia assicurativa in Italia ad offrire questo tipo di assicurazione.

Habitas Green nasce nell’ambito del Master “CasaClima” della Libera Università di Bolzano, promosso da ITAS in stretta collaborazione con l’Agenzia CasaClima, uno dei più autorevoli enti indipendenti per la certificazione energetica degli edifici. “I lavori di approfondimento e tesi degli studenti del master hanno messo in evidenza i nuovi bisogni legati alle innovazioni costruttive introdotte negli ultimi anni in Italia e sulla base di questi noi di ITAS siamo riusciti a sviluppare risposte assicurative coerenti alle moderne esigenze di costruttori e proprietari”, afferma Guido Pizzolotto, responsabile divisione commerciale e divisione tecnica ITAS. 
La nuova polizza Habitas Green si presenta come una soluzione semplice e trasparente, orientata a garantire una protezione specifica per le CaseClima e per gli edifici costruiti con materiali “green”, ossia con limitato impatto ambientale. Tali costruzioni possiedono caratteristiche uniche (strutturali, costruttive e impiantistiche) che vanno tutelate con garanzie dedicate e ‘cucite su misura’. Habitas Green poggia su due pilastri fondamentali: da una parte lo studio scientifico dei materiali utilizzati e delle cause più frequenti di sinistro ad essi collegati, e dall’altra un premio assicurativo personalizzato, creato ad hoc per ciascun fabbricato ed elaborato sulla base delle reali caratteristiche dell’edificio. Inoltre la polizza prevede un’ampia copertura garantita dalla formulazione “All risks” della Sezione Incendio (copre tutti i danni non espressamente esclusi) e anche una copertura in caso di danni non prevedibili, né quantificabili, dovuti alle peculiarità costruttive del fabbricato. In passato, i proprietari di CaseClima hanno spesso riscontrato difficoltà nell'ottenere offerte assicurative a condizioni interessanti, a causa delle particolari qualità della costruzione. Con Habitas Green questo ostacolo è stato definitivamente superato.

Il nuovo prodotto assicurativo inserito nel portfolio ITAS è innovativo anche per l’assoluta trasparenza nella formulazione. Habitas Green si compone infatti di quattro sezioni principali (Incendio ‘All risks’, furto, responsabilità civile terzi e tutela legale) in cui le esclusioni sono poste in evidenza all’inizio delle condizioni e non derogate in altri punti del documento, mentre le limitazioni sono riepilogate in una tabella apposita. “ITAS si è sempre contraddistinta per la capacità di comprendere i bisogni specifici della comunità ed Habitas Green rappresenta una soluzione semplice e modulare con cui rispondiamo in modo efficiente alle esigenze di chi ha deciso di costruire in armonia con l’ambiente” conclude Guido Pizzolotto.

Per maggiori informazioni sul nuovo prodotto assicurativo ITAS Habitas Green visitate il sito www.gruppoitas.it, chiamate il numero verde 800 292 837 oppure scrivete a comunicazione@gruppoitas.it.


Foto: La nuova polizza Habitas Green è stata presentata ufficialmente nell’ambito della fiera KlimaHouse Toscana.
In questa occasione Guido Pizzolotto (a sinistra), responsabile divisione commerciale e divisione tecnica ITAS, ha anche ricevuto
il certificato “Partner CasaClima” da Ulrich Santa, direttore dell'Agenzia CasaClima (a destra).

domenica 30 marzo 2014

WWF "OLTRE L'ORA DELLA TERRA" ALL'ANGELUS L'INCORAGGIAMENTO DI PAPA FRANCESCO AL WWF ITALIA



WWF: “OLTRE L’ORA DELLA TERRA”

ALL’ANGELUS L’INCORAGGIAMENTO

DI PAPA FRANCESCO AL WWF ITALIA

Il Presidente del WWF Italia

“Le parole del santo Padre sono un sostegno formidabile per diffondere

il nostro messaggio per il pianeta”


CHIUSO QUESTA MATTINA L’EVENTO GLOBALE ‘EARTH HOUR’ CHE HA RAGGIUNTO CON 162 LUOGHI SPENTI IL RECORD DI PARTECIPAZIONE


L’Ora della Terra - Earth Hour del WWF ha battuto tutti i record di partecipazione nella sua ottava edizione che si è chiusa da poche ore: milioni di cittadini di tutto il mondo hanno partecipato al più grande evento al mondo per il pianeta. Lo scorso anno erano oltre 2 miliardi e l’’Ora della Terra 2014 potrebbe ancora superare tale cifra. Il viaggio dell’Ora di Buio è iniziato ieri mattina attraversando più di 162 tra paesi e territori, dalla Nuova Zelanda a Tahiti dopo aver spento le luci dei monumenti e animato piazze e luoghi naturali: il messaggio del WWF contro il cambiamento climatico ha fatto così  il giro del mondo promuovendo anche progetti concreti  di sostenibilità.

 

Quest’anno l’evento Earth Hour è però andato oltre l’Ora di buio: il messaggio per il pianeta è stato portato questa mattina dal WWF di nuovo  in Piazza San Pietro, lo stesso luogo che ieri sera ha visto un’enorme partecipazione di pubblico all’evento allestito per assistere allo spegnimento della Basilica di San Pietro.  Durante l’Angelus decine di volontari e attivisti del WWF hanno assistito alle parole del Papa esponendo il messaggio “Diamo speranza al futuro” tra le migliaia di pellegrini. Nel suo messaggio ai fedeli il Papa ha voluto riconoscere  l’impegno dell’Associazione:  “Saluto i rappresentanti del WWF Italia, incoraggiandoli per il loro impegno nella difesa dell’ambiente”.

 

“Siamo enormemente felici dell’attenzione che il Papa ha voluto dedicare alla nostra manifestazione globale che unisce tutti i popoli della terra nello spirito di collaborazione e speranza per il futuro – ha commentato Dante Caserta, Presidente del WWF Italia direttamente da Piazza San Pietro – Ringraziamo il Santo Padre soprattutto perché  le sue parole sono in grado di raggiungere tutti gli angoli del pianeta, specie le aree più povere colpite dagli effetti disastrosi del cambiamento climatico. Il suo messaggio di incoraggiamento ci aiuta a sostenere una sfida importante: con le parole “Diamo speranza al futuro” ci siamo ispirati alle parole più care per  Papa Francesco per sottolineare l’urgenza di  azioni concrete che le generazioni di oggi devono adottare affinchè quelle future possano vivere su un Pianeta abitabile e godere della natura come noi la conosciamo. Manifestazioni globali come l’Earth Hour che vedono una grande partecipazione da parte dei cittadini devono però essere seguite da azioni concrete da parte dei governi: gli effetti devastanti del cambiamento climatico impongono da subito scelte concrete e importanti”  -  

 

 "Earth Hour – Ora della Terra è stata celebrata in tutti i continenti e dalla gente in ogni angolo del mondo andando oltre i confini culturali, politici, di razza e religione a riprova del potere che tutti noi abbiamo quando siamo uniti per questo incredibile pianeta. L’Ora della Terra a luci spente è un potente promemoria per tutti e dice che possiamo contribuire a fornire le soluzioni per la creazione di un futuro più sostenibile per il pianeta ", ha concluso  Dante Caserta Presidente –

“Siamo tra le generazioni che hanno l'obbligo di cambiare e l'opportunità di tracciare un nuovo percorso per il futuro. La crisi economica e finanziaria su scala globale è sintomatica dei limiti dell'attuale modello di sviluppo. Tutti siamo chiamati a fare la nostra parte, anche quotidianamente. Siamo grati a tutti coloro che già oggi hanno fatto della sostenibilità una scelta di vita e quanti lo faranno domani - ha detto Raniero Maggini Vicepresidente WWF Italia presente all’Angelus - Le parole di Papa Francesco sono anche un riconoscimento per i tanti volontari e tutti coloro che sono attivi nel WWF Italia per il loro l’impegno nel dare ogni giorno speranza al futuro del pianeta”

Tra i risultati ispirati  dal successo di Earth Hour negli anni passati si ricorda che ha portato a una migliore legislazione al Parlamento russo per proteggere i mari dall’inquinamento da idrocarburi, la creazione di un'area protetta marina 3,4 milioni di ettari in Argentina e la prima  foresta targata Earth Hour in Uganda per lottare contro la deforestazione massiccia nel Paese . Tutti questi risultati sono stati alimentati dalla grossa partecipazione all’evento mostrando che il cambiamento per il pianeta può essere raggiunto quando l'individuo e il collettivo realizzano il loro potenziale .



Le immagini delle luci spente di monumenti e piazze stanno ancora facendo il giro del mondo: dal suggestivo skyline di Marina Bay di Singapore al Sydney Harbour Bridge e l'Opera House, dal Nido d'Uccello di Pechino a i Taipei 101 , il tempio buddista di Wat Arun a Bangkok, le Petronas Twin Towers di Kuala Lumpur e molti altri simboli che hanno preso parte alla celebrazione globale per il pianeta .

 

Roma,  30  marzo 2014

 

 

INSIEME AL WWF PER EARTH HOUR:

 

TUTTI PAZZI PER L’EARTH HOUR: L’INVITO DEI TESTIMONIAL

Testimonial speciali che hanno appoggiato l’iniziativa: nello spot italiano per Earth Hour i volti e i messaggi di Francesco Totti,  Massimiliano Rosolino, Marco Mengoni, Elisa, Alessandro Borghese, Marco Mengoni. Anche Spider-Man è insieme al WWF come primo supereroe ambasciatore per l’Earth Hour. Il personaggio, legato al film The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro in 3D (nelle sale italiane dal 23 aprile distribuito dalla Warner Bros. Pictures Italia) è a fianco del WWF così come il cast composto da Andrew Garfield, Emma Stone, Jamie Foxx, che stanno dando il loro supporto all’iniziativa di Earth Hour; 

 

 

EVENTI IN ITALIA

In Italia l’evento principale si è svolto in Piazza san Pietro dove per tutto il pomeriggio si sono alternati curiosi e fotografi per immortalare i pandini simbolo del WWF e l’orso bianco specie minacciata dai cambiamenti climatici, bambini intenti a disegnare e Giacomo Bevilacqua, il noto fumettista autore de ‘A panda piace’ che ha realizzato una installazione dedicata al Panda e ai temi di Earth Hour su un pallone aerostatico di tre metri che è stato  poi alzato in volo in piazza durante lo spegnimento della facciata e della cupola.

Tra le quasi 300 città italiane che hanno spento i propri monumenti ‘è Firenze con il David a piazzale Michelangelo e ponte Vecchio, sempre in Toscana la Torre di Pisa e la piazza del campo di Siena. A Napoli il Maschio Angioino e Piazza Plebiscito mentre il WWF Campania è stato presente alla fiera internazionale Energy Med dedicata all’efficienza energetica e alle rinnovabili nel Mediterraneo con attività di educazione e sensibilizzazione sul tema del risparmio energetico. A Venezia si è spenta Piazza San Marco e del Palazzo Ducale preceduti da una camminata, organizzata grazie alla collaborazione di ASD Nordic Walking Mestre, a Milano candele e animazioni grazie alla cooperativa sociale onlus Cambiamo davanti al Castello Sforzesco,  a Torino la Mole Antonelliana, a Bari il Teatro Margherita, la Basilica di Spoleto, a Bologna, Trieste,  Grado e Olbia  il palazzo Municipale, a Genova la fontana di piazza De Ferrari, il Duomo di Ancona, a Campobasso il Castello Monforte, in Sicilia la Valle dei Templi e il Teatro Massimo di Palermo, a Cosenza piazza dei Bruzi.

 

 

ANCORA ‘SOCIAL’: CONTINUA  IL CONTEST DI SCRITTURA 

A QUALCUNO PIACE…AL BUIO”  SU REPUBBLICA.IT:

Tra i media partner quest’anno Repubblica.it ha voluto affiancare la promozione di Earth Hour invitando i  lettori a raccontare la ‘propria’ ora di buio: c’è tempo fino al prossimo 2 aprile. Decine i brevi testi già arrivati e tutti che sottolineano il ‘momento’ speciale creato proprio da quell’ora di assenza di luce. I migliori scritti verranno selezionati da un team del WWF che offrirà 3 doppi ingressi gratuiti per un’Oasi WWF.  http://earth-hour.blogautore.repubblica.it/

 

LE IMPRESE PER EARTH HOUR 

Anche quest’anno le imprese partner del WWF hanno aderito all’appuntamento Earth Hour promuovendo il messaggio WWF a favore del clima e della sostenibilità. Auchan spegnerà per tutta la giornata le insegne esterne di 50 ipermercati sparsi dal nord a sud e abbasserà le luci all’interno del punto vendita ogni ora, con attività di sensibilizzazione sul tema della riduzione degli sprechi e delle risorse. Mutti, impegnato con WWF a ridurre la propria impronta idrica e di carbonio sull’intera filiera produttiva, sensibilizza dipendenti e consumatori sui temi dell’iniziativa. Sofidel, membro del programma internazionale WWF Climate Savers per la riduzione delle emissioni, spegnerà simbolicamente le insegne luminose degli stabilimenti italiani. UniCredit, attivo anche attraverso la partnership con WWF sul tema clima e energia, aderisce anche quest’anno spegnendo gli edifici più rappresentativi, come la torre di Porta Garibaldi a Milano.

 

COME SOSTENERE IL PROGETTO ORSO POLARE

Per salvare la specie simbolo dei cambiamenti climatici è possibile donare direttamente sul progetto di conservazione alla pagina wwf.it/orsobianco oppure adottare un orso in pericolo, scegliendo tra le differenti tipologie di adozioni (semplice, con peluche o digitale) wwf.it/adottaunorso.

I fondi raccolti saranno impegnati nell’aiutare i paesi artici a sviluppare strategie per la difesa e la conservazione degli orsi polari; tra queste anche la riduzione dei conflitti tra gli orsi polari e le comunità locali, munendo le  squadre di sorveglianza delle attrezzature necessarie a tener lontani gli orsi che si avvicinano alle zone abitate. Si potranno continuare gli studi sugli spostamenti degli orsi, sul loro stato di salute, le loro tane e i loro luoghi di caccia e di riproduzione per poter intervenire in modo più diretto e concreto. Acquisteremo radio collari, motoslitte, telefoni satellitari e i kit veterinari fondamentali per studiare gli orsi nella loro più assoluta sicurezza.


L’ENERGIA ‘FOSSILE’ E’ DA DINOSAURI: UN GIOCO INTERATTIVO SUL FUTURO ‘RINNOVABILE’  
  Il WWF ha realizzato un cartoon interattivo dove si scopre l’origine dei carburanti fossili, come il petrolio, tra le cause principali dell’aumento di CO2 e il conseguente cambiamento climatico. Ma quali scenari sono possibili investendo nelle energie rinnovabili? L’animazione permette di vedere il futuro che ci aspetta investendo risorse in carbone e altre fonti fossili e quello che si prospetta con un cambiamento radicale a favore delle energie rinnovabili. Possiamo firmare la Petizione rivolta ai governi di tutti i paesi (il gioco è tradotto in tutte le lingue) che appare al termine del gioco e fare così la nostra parte. GUARDA http://yourpower.panda.org/it/index.html. Il gioco ‘animato’ è stato premiato come “Site of the Day” per il CSS Design Awards 

 

IDENTIKIT EARTH HOUR:

QUANDO: la prima edizione è del 26 marzo 2007 dalle 20.30 alle 21.30

DOVE: in tutto il mondo, in decine di piazze italiane, nelle case, negli uffici, nelle sedi istituzionali

CHI: centinaia di milioni di persone

COSA: spengono le luci di monumenti e luoghi simbolo + si impegnano a “cambiare vita” per il pianeta

PERCHE’: per dire a gran voce che il mondo vuole un futuro sostenibile ed è pronto a realizzarlo

 

UN PO’ DI STORIA: Nato nel 2007 nella sola città di Sidney, nel giro di tre anni l’Ora della Terra è letteralmente esplosa, grazie anche a una diffusione capillare via web e social network, e attraverso le varie edizioni ha coinvolto testimonial eccellenti come l’attrice Kate Blanchett, la top model Gisele Bundchen il regista Pedro Almodovar, la musicista Alanis Morisette, le squadre di calcio del Real Madrid e del Bayern Monaco, il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, e in Italia Francesco Totti e Fabio Cannavaro, Francesco Facchinetti, Camila Raznovich, ma anche Rita Levi Montalcini, Ricky Tognazzi, Giorgio Armani. Nel 2010 l’Ora della Terra ha “spento” 1200 tra i monumenti più famosi del pianeta, oltre alle sedi di istituzioni e imprese, le case e le scuole di più di 4500 grandi o piccole città in 128 Paesi, per una “ola” di buio che attraverso tutti i fusi orari ha fatto letteralmente il giro del mondo.

 


sabato 29 marzo 2014

Prova Genialloyd e scopri il risparmio


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Università, riferimento per la progettazione pubblica dell’ambiente e dell’economia sostenibile?

Come progettista, tecnico installatore di impianti industriali e ambientali e da pensionato, inventore di soluzioni industriali e ambientali globali, il sottoscritto non trova interlocutori in un mondo schiavo delle specializzazioni. Come tutti, anche le Università non rispondono, per questo al titolo dell’articolo c’è un grosso punto interrogativo. Ma rappresentano il futuro e l’articolo è dedicato, soprattutto, a loro. 

I problemi che solleva il sottoscritto sono sfuggiti alla scienza, alla tecnica, alla politica e all’economia. Anche le soluzioni che propone non trovano interlocutori per una semplice ragione: sono multidisciplinari. Per rispondere il settore pubblico dovrebbe nominare apposite commissioni, il privato dovrebbe realizzare apposite associazioni di imprese. 

Entrambe, commissioni e associazioni, darebbero risposte provvisorie. Poi, ognuno ritornerebbe al proprio lavoro. Invece servono risposte multidisciplinari quotidiane nella gestione dell’ambiente e dell’economia del futuro. Le università sono già multidisciplinari (anche se non sfruttano questa qualità come deve essere sfruttata) e presenti in tutti i territori del mondo. Ma non fanno né sono chiamate a fare sopralluoghi accurati prima di realizzare impianti pubblici depurativi ed energetici. 

A che servono indagini accurate se non si stabiliscono i parametri da verificare? Tutti sono convinti, in buona o cattiva fede, che il sistema di protezione ambientale sia quello attuale. Occorrono soltanto maggiori investimenti per coprire meglio i territori. Invece, per progettare impianti globali è necessario verificare se esistono le risorse naturali per neutralizzare l’inquinamento e proteggere l’ambiente. E’ vero che nulla si crea e tutto si trasforma ma è necessario avere gli ingredienti giusti al posto giusto. Nel caso di un impianto termico, ad esempio, non basta soltanto l’acqua di raffreddamento, serve anche quella necessaria per neutralizzare il CO2 che nessuno ha mai preso in considerazione. E servono maggiori spazi per concedere i tempi di contatto ai reagenti. 

L’ingombro di una centrale termoelettrica può anche triplicare ma è poca cosa nei confronti della protezione dell’ambiente che non poteva essere fatta con semplici ciminiere. La scienza non dovrebbe meravigliarsi se vuole utilizzare sistemi naturali, senza barare, nascondendo il CO2 nel sottosuolo, ma anche rinunciando a inviare carbonati ai mari che ne hanno bisogno. E’ necessario ripartire da zero, ragionando senza interessi di parte, scegliendo tra le tecnologie sviluppate quelle che hanno il miglior rendimento globale, non visto soltanto in un’ottica locale. Ragionando e agendo nel rispetto di queste regole anche l’economia cambierà radicalmente, producendo più lavoro e una maggiore equità nella distribuzione della ricchezza. Riporto di seguito alcuni argomenti trascurati, la cui soluzione, a parere del sottoscritto, comporta una rivoluzione globale della società: industriale, urbana, agricola, energetica, ambientale.  

1) Perché spendere risorse per depurare le acque inquinate urbane quando possiamo concedere libero sfogo ai nutrienti in esse contenuti per produrre biomasse digeribili che producono energia? E’ questo quello che ha pensato il sottoscritto quando si è reso conto che alle attuali depurazioni sfuggono immense quantità di acque inquinate dall’agricoltura, dalla zootecnia, dagli scarichi abusivi, proponendo gli stagni biologici sovrapposti che sfruttano la fotosintesi per depurare gratis le acque man mano che salgono verso l’alto. I fanghi che si accolgono nei fondali possono essere facilmente estratti e digeriti per produrre il metano necessario a produrre l’energia che serve per il sollevamento delle acque e dei fanghi stessi. E se queste acque contengono metalli pesanti o sali in grandi quantità come quelle marine o salmastre, (o materiali radioattivi come le grandi quantità che stanno inquinando per estrarre lo shale gas) possiamo far circolare sotto la superficie ricoperta da piante acquatiche dei cestelli forati contenenti resine di scambio ionico, che trasportati da convogliatori aerei mono o birotaia porterebbero le resine al lavaggio e rigenerazione rilasciando i sali o metalli pesanti in fanghi che sarebbero trattati separatamente per recuperare il recuperabile. Questo sistema consente di depurate e desalinizzare portate di acqua migliaia di volte superiori a quelle che depuriamo o desalinizziamo ora.

2) Perché trascinare per centinaia di chilometri fanghi, sedimenti, acque di scarico urbane e piovane nelle fogne per centinaia di chilometri per raggiungere lontani depuratori? Non lo sappiamo che le proteine che contengono zolfo producono idrogeno solforato, le urine azoto ammoniacale? Queste sostanze insieme distruggono l’ossigeno, producono acido solforico e acque settiche, la cui depurazione deve essere preceduta da una costosa rigenerazione, alti consumi energetici, emissioni atmosfera, per produrre alla fine, comunque acque acide. Senza fare niente e senza consumi energetici, nelle vecchie fosse Imhoff abbattevamo fino al 35% dei carichi organici e fino all’80% dei sedimenti. Sarebbe bastato un piccolo sforzo nel migliorare questo sistema aerando soltanto la zona superiore ed estraendo i fanghi da quella inferiore. In questo modo avremmo creato dei depuratori verticali inodori di poco ingombro PVUM (purifying vertical urbans module) inseriti nel tessuto urbano e per vie separate (non in comune), avremmo potuto inviare i fanghi ai digestori e le acque agli stagni biologici sovrapposti. Le acque (depurandosi) produrrebbero altri fanghi che si aggiungerebbero a quelli già prodotti dai depuratori verticali, aumentando la produzione energetica dei digestori.

3) Perché le ciminiere continuano ad essere dei semplici tubi rivolti verso il cielo? Non lo sappiamo che Il CO2 e i SOx sono più pesanti dell’aria? Se creiamo una camera di espansione all’estremità superiore delle ciminiere e le realizziamo con doppia camera, senza fare niente altro, a causa dell’azzeramento della velocità dei fumi, buona parte delle particelle più pesanti (ceneri CO2, SOx), anziché disperdersi nell’atmosfera, cadrebbero verso il basso: CCPC (capture cooling purification chimney). Ma potremmo aumentare la percentuale inserendo dei ventilatori che richiamano verso il basso i fumi e addirittura, inserire filtri elettrostatici in queste camere di espansione. Cosa ne faremmo di quest’aria inquinata ricca di CO2? Semplice, la utilizzeremmo per ossidare le acque nei depuratori verticali urbani (pos.2). Come? Se c’è spazio in superficie, realizzando una mini serra calcarea, sopra i depuratori e facendovi scorrere le acque che ossidandosi si arricchiscono anche di carbonati consumando il CO2. Se non c’e spazio usiamo dei diffusori di aria e dosiamo ossido di calcio per assorbire il CO2, producendo ugualmente carbonati nelle acque. Se la produzione di CO2 catturata dalle ciminiere è superiore a quella sorbibile dalle acque comprimiamo il CO2 in serbatoi e reti interrate per utilizzarlo negli impianti di maggiori dimensioni dove si depurano e alcalinizzano anche le acque piovane e agricole (pos 1). 

4) Perché le ciminiere, oltre che essere utilizzate come recuperatori del CO2 (pos 2) non sono utilizzate anche come recuperatori di calore idrotermico e aereotermico per l’alimentazione delle caldaie urbane?. Parliamo prima dell’idrotermico
Le caldaie di riscaldamento e consumo di acqua calda alimentate a gas sono alimentate delle autoclavi condominiali. Le quali sono costituite, in genere, da almeno un (apt), atmospheric pressure tank (serbatoio a pressione atmosferica) più (etcw), espansion tanks for cold water (serbatoio di espansione per l’acqua fredda) che è pressurizzato con aria e un gruppo (cwlp), cold water lift pump ( sollevamento dell’acqua fredda). Per effettuare il recupero idrotermico dobbiamo aggiungere al sistema autoclave un (ethw), espansion tanks for hot water (serbatoio di espansione per l’acqua calda) e un (hwcp), hot water circulating pump ( gruppo di sollevamento dell’acqua calda. Inoltre dobbiamo a aggiungere  le tubazioni necessarie per i collegamenti tra lo scambiatore di calore (fgwe) contenuto nella ciminiera e il serbatoio di espansione per l’acqua calda (ethw). La nuova rete (bws) non è altro che lo stesso scambiatore (fgwe) che prolunga il proprio percorso ritornando al serbatoio (ethw). 

L’acqua consumata da questo circuito chiuso che alimenta solo le caldaie viene reintegrata automaticamente dal serbatoio (etcw) tramite la valvola unidirezionale che lo collega a (ethw). Lo scambiatore (fgwe) segue tutto il percorso dei fumi, avvolgendosi a spirale sulla canna fumaria interna. Da esso si staccano le diramazioni che distribuiscono l’acqua preriscaldata alle singole utenze, che possono essere le (db) domestic boiler (caldaie domestiche), oppure (pfb), public facility boiler (caldaie condominiali). Lo scopo di questo circuito è, soprattutto, quello di alimentare con acqua preriscaldata dal calore dei fumi, oggi sprecato, le acque che entrano nella caldaia, riducendo il salto termico e quindi i consumi energetici proporzionalmente. 
Infatti, l’energia consumata per il riscaldamento è data dalla semplice formula E = cs·m·(Tfinale – Tiniz), dove cs è il calore specifico dell’acqua e m è la massa. 

Questo significa che se riduciamo il salto termico nella caldaia del 25 % riduciamo anche il consumo energetico della stessa percentuale. Non è male, se si considera che le ciminiere CCPC (capture cooling purification chimney) nascono soprattutto per risolvere problemi ambientali. Se si considera che la temperatura dei fumi all’uscita delle caldaie comuni si aggira sui 180 gradi e quelle a condensazione sui 65 gradi centigradi, non dvrebbe essere una cattiva idea se aggiungiamo anche una terza camera alle ciminiere per consentire anche il recupero aerotermico del calore. Infatti, la terza canna anulare esterna, collegata  con l’atmosfera, preriscalderebbe l’aria comburente o l’aria di rinnovo dei condizionatori. Quindi potremmo aumentare ulteriormente il rendimento di caldaie e condizionatori. Il deposito di brevetto del sottoscritto si è fermato alla ciminiera con doppia canna fumaria, scambiatore di calore e camera di espansione superiore. 

Il sottoscritto ha ritenuto inutile brevettare la terza camera se è già difficile vedere realizzata la seconda, senza un intervento legislativo apposito in favore di questo tipo di ciminiere. Ma è solo questione di tempo perché già si stanno realizzando soluzioni (pompe di calore a gas ) che sfruttano per mezzo di sonde immerse il calore contenuto nel sottosuolo e nelle acque di falda pur di non scambiare il calore con aria e acque alla temperatura ambiente esterna, che nei mesi invernali è molto più bassa di quella che si può ritenere costante nel sottosuolo. Certamente le ciminiere CCPC risolvono più problemi insieme. Oltre tutto si sommano, non sono alternativi a quelli gia utilizzati dalle pompe di calore, caldaie e condizionatori. 

5).Per le grandi ciminiere delle centrali termoelettriche, degli alti forni, inceneritori, cementifici, fornaci produttori di calcio che cosa facciamo? Usiamo lo stesso sistema per recuperare i fumi e abbiniamo le nuove ciminiere a grandi serre calcaree, dove in un ambiente saturo di CO2, piogge d’acqua artificiali producono carbonati nelle acque che è il sistema usato dalla natura, oggi insufficiente per la massiccia produzione di CO2 di origine fossile. 

6) Perché l’energia fossile è più economica delle altre? In parte perché bisogna soltanto estrarla dal sottosuolo, ma soprattutto perché la produzione non rispetta le regole ambientali sulle depurazioni, sia nelle fasi di estrazione (leggi shale gas) sia nelle fasi di produzione dell’energia. Le centrali termoelettriche attuali producono migliaia di MWh, non raffreddano le acque, non depurano sufficientemente i fumi, non recuperano il calore e non trasportano nemmeno un grammo di carbonato nelle acque. Considerando che l’energia è prodotta da impianti pubblici, bisogna dire che chi ha progettato le centrali termoelettriche da 200 anni a questa parte Ha dimostrato di non conoscer niente dei sistemi naturali di difesa dell'ambiente. Gli slogan pubblicitari sulla ricerca che fanno i gestori dell’ energia per attirare clienti, li raccontino a qualcun altro. Hanno fatto pochissimo per proteggere l’ambiente. 

 Le ciminiere CCPC e le serre calcaree non sono invenzioni tanto complicate da non esistere ancora nel 2014. Se esistessero, l’energia fossile sarebbe pulita come il solare e l’eolico, ma creerebbe  anche più lavoro questo non sarebbe un male in vista della crescita mondiale della popolazione.  Solo in quel caso potremmo confrontare costi e benefici. Forse, a breve, si potrà fare un confronto reale tra energia fossile e biologica che potranno convivere insieme per qualche millennio perché il calore che viene disperso nelle acque e nell’aria dalle centrali termoelettriche arriva fino al 70% del potere calorifero inferiore del combustibile nel caso del carbone, 60% nel caso del gasolio e metano, 50% nel caso di centrali con ciclo combinato. L’abbinamento dell’energia fossile con quella biologica sarà la formula vincente del futuro perché il calore oggi sprecato dalle centrali termoelettriche sarà usato per riscaldare digestori anaerobici di grandi capacità appositamente progettati dal sottoscritto. 

Oggi, per produrre energia da biogas dobbiamo sprecarne circa il 40% per riscaldare i digestori che producono il biogas. Ma bisogna anche considerare che il biogas prodotto contiene il 25 – 30% di CO2 . Il quale oltre a essere un gas serra riduce della stessa percentuale il potere calorifero del biogas prodotto. L’abbinamento tra il fossile depurato e il biologico del futuro consentirà anche l’abbinamento tra LDDC (linear digester dehydrator composter digestor), CCPC (capture cooling purification chimney), VMCPG vertical mechanized covered production green house, BCSVP (biological covered superimposed ponds) per ottenere un biogas poverissimo di CO2 , acque depurate e alcalinizzate, compost agricolo in grande quantità direttamente insaccato.

7) Dove prendiamo tutto il calcio e magnesio necessari per combattere l’acidificazione dei laghi e dei mari? Dai ricercatori è stata compilata una graduatoria degli elementi più diffusi nelle rocce, indipendentemente dalla genesi di queste: ossigeno 46,6%; silicio 27,7%; alluminio 8,1%; ferro 5,0%; calcio 3,6%; sodio 2,8%; potassio 2,6%; magnesio: 2,1%. Non è un problema trovare il calcio e il magnesio in natura, anche se dovessimo spianare qualche montagna calcarea fino a quando il biologico non risanerà i mari e le terre e i combustibili fossili sostituiti. L’importante è non emettere CO2 nell’atmosfera per produrre carbonati e utilizzare lo stesso CO2 delle ciminiere per corrodere il materiale calcareo insieme all’acqua. 

Nei cestelli delle serre calcaree VMCPG possiamo metterci anche altri materiali calcarei soggetti all’erosione. Pensiamo agli inerti cementizi delle demolizioni, opportunamente separati dalle sostanze inquinanti contenute negli intonaci. Questi sono composti dal 64% ossido di calcio, 21% ossido di silicio, 6,5% ossido di alluminio, 4,5% ossido di ferro, 1,5% ossido di magnesio, 1,6% solfati, 1% altri materiali, tra cui soprattutto acqua. Pensiamo ad estrazioni calcaree miste da effettuare direttamente dai fondali marini, prima che siano compattate e amalgamate dalle pressioni idrostatiche e dai millenni. Senza andare a disturbare importanti riviste scientifiche, si cita da Wikipedia un piccolo stralcio della voce “calcare”: “La formazione organogena del calcare deriva dal fatto che molti esseri viventi sono dotati di un guscio scheletro calcareo. Dopo la morte di tali organismi, i resti dopo un percorso più o meno lungo vanno a fondo, deponendosi sul fondale marino. Dopo la decomposizione delle parti molli, le parti mineralizzate formano sedimenti che ricoprono aree sovente di notevole estensione. 
 Ad esempio, Le “melme a globigerina” coprono oggi il 37,4% del fondo del mare che corrisponde al 25,2% dell'intera superficie terrestre”. La “globigerina” è una pietra morbida calcarea che tende a indurirsi con il tempo e l’esposizione all’aria. Con la tecnologia moderna sarebbe abbastanza semplice estrarre le melme con l’aiuto della pressione idrostatica. E’ solo un’idea, come tante, ma si potrebbero realizzare piattaforme galleggianti attrezzate per estrarre, aerare, disidratare e insaccare queste melme con lo stesso sistema che il sottoscritto impiega da anni virtualmente (descritto in altre pubblicazioni). 
A mio parere, è l’unico sistema per produrre grandi quantità di fanghi disidratati anche se deve essere migliorato con la sperimentazione. Per le piccole quantità di fango e compost che produciamo ora, gli imprenditori dell’ambiente preferiscono gli attuali sistemi. Ancora nessuno ragiona in termini di protezione globale dell’ambiente, dove tutto deve essere moltiplicato almeno per cento, e l’ambiente deve essere indissolubilmente legato alla produzione di energia e al risanamento dei mari e dei suoli attraverso grandi scorciatoie dei sistemi naturali che solo la grande industria applicata all’ambiente potrà consentire.
Non esiste nulla nel mondo di quanto riassunto nei sette punti sopra esposti e il sottoscritto che ne è l’inventore dall’ormai lontano novembre 2012 (il sistema di disidratazione risale al 2009) ancora non trova interlocutori istituzionali. E’ già strano che le multinazionali e i ricercatori pubblici si concentrino su singole soluzioni più o meno commerciali, rigorosamente separate le une dalle altre. L’unico che propone soluzioni globali e collegate è un pensionato. Ma quello che è peggio è il silenzio che accompagna queste soluzioni che non potranno mai diventare reali perché gli LDDC, CCPC, VMCPG, BCSVP si devono confrontare sul piano economico con surrogati commerciali di potenzialità mille volte inferiori nella protezione dell’ambiente. 

Nel calcolo dell'efficienza energetica, coloro che governano l’ambiente dovrebbero mettere rutti i dati, compresi i costi delle portate di acqua e aria depurate. Nel caso dell’energia biologica abbinata alla fossile si dovrebbero scalare i costi per la pulizia dell’energia fossile, quelli depurativi delle acque urbane (che sono depurate male essendo rese acide e con emissioni di CO2) e agricole (che oggi non sono depurate);  i costi delle protezioni oceaniche e lacustri per mezzo dell’alcalinizzazione, che oggi non esistono; quelli delle depurazioni dell’aria urbana che oggi non è possibile fare, bisogna aggiungere anche il valore dei concimi e dei posti di lavoro che si creeranno. La logica ed il buon senso dovrebbero imporre ai governanti di fare bene i conti mettendo tutto nel bilancio, non fermandosi soltanto agli slogan pubblicitari dell’energia semplicemente pulita, senza contare gli oneri di smaltimento dei materiali invecchiati e lo scarso contributo al ripristino degli ecosistemi. Tra le energie semplicemente pulite sono comprese anche le biomasse che non recuperano il calore non producono concimi e acque alcaline. Conteggi fatti troppo in fretta sottraggono risorse all’energia che proteggerebbe realmente l’ambiente che non ha ricevuto un solo euro, dollaro, yen, yuan di finanziamento. 

Fino a oggi non è stato possibile razionalizzare la progettazione ambientale ed energetica perché nel mondo intero, non esiste la cultura e la capacità di proteggere industrialmente l’ambiente. Il sottoscritto per imparare qualcosa ha trascorso un ventennio nei sistemi industriali e un altro in quelli ambientali. Solo da pensionato ha potuto mettere insieme le due esperienze perché nessuno lo avrebbe pagato per fare questo lavoro. Oggi un normale laureato in ingegneria, forse anche in architettura, può progettare un impianto pubblico di depurazione, termico o termoelettrico, purché rispetti le normative. Non ci sarebbe nulla da eccepire, se lo stato dell’arte nella protezione dell’ambiente fosse più elevato di quello che è e le normative fossero adeguate alla protezione globale dell’ambiente. 

Per il sottoscritto, le norme dovrebbero comprendere anche il recupero del calore, dell’energia contenuta nei fanghi, l’abbattimento sostenibile del CO2, l’adeguamento delle acque di scarico all’alcalinità del corpo idrico ricevente, oltre agli altri parametri già previsti. Per adeguare tutti gli impianti a questi semplici obiettivi è necessaria una seconda rivoluzione industriale, che certamente non possiamo addossare soltanto agli studi di progettazione d’ingegneria. Come possono i progettisti migliorare questi impianti, senza partecipare alla gestione, senza fondi per la ricerca e la sperimentazione di nuove soluzioni? Devono per forza fare quello che fanno: rispettare normative insufficienti e scegliere tra i cataloghi le macchine adeguate al progetto. Fanno la stessa cosa le società di ingegneria specializzate solo in questi settori. 

Purtroppo, nei cataloghi non esistono macchine che possano prevenire la formazione di idrogeno solforato nelle fogne né l’azoto ammoniacale. Quindi, chi ha universalizzato nel mondo un sistema che non può funzionare, per vizi di origine, anche migliorando la qualità delle macchine? Anche senza fare calcoli sul ritorno degli investimenti, non è possibile tenere in vita un sistema che distrugge risorse nelle fogne per rigenerarle nei depuratori e sappiamo che non sempre ci riesce, per avversità meteorologiche ma anche per altri banali errori di progettazione. La stessa cosa è avvenuta per gli impianti termoelettrici, che avrebbero voluto cavarsela con semplici filtrazioni e ancora più semplici ciminiere. Pur di non migliorare gli impianti, si sta cercando di porre un rimedio con le nuove energie. 

E per gli altri impianti termici industriali che cosa facciamo? Acciaierie, cementifici, inceneritori, produttori di ossidi di calcio, fornaci producono lo stesso inquinamento e anche peggio. Sono progettati direttamente dalle aziende produttrici, le quali devono fare i conti con la concorrenza. Queste aziende, pur conoscendo i problemi ambientali che creano, a volte, pur potendoli risolvere, aspettano che siano le normative a imporre soluzioni. Solo in questo caso tirano fuori le loro soluzioni, se migliori, per ricavare profitto dai brevetti che non avrebbero mai anticipato. Chi deve fare il primo passo nella protezione dell’ambiente, giusto o sbagliato, è la scienza pubblica, altrimenti il meccanismo non si muove. 

Senza il primo passo non possono essere prodotte le normative e non possono essere migliorate. Ma la scienza pubblica questo meccanismo, così semplice e collaudato ancora non lo ha compreso, nonostante sia il perno intorno al quale ruota l’intero sistema. In altre parole, le normative non possono essere emesse se non avanza lo stato dell’arte e lo stato dell’arte non avanza perché le aziende industriali non investono nella ricerca di soluzioni ambientali globali. Le filtrazioni e le depurazioni parziali sono soltanto dei palliativi provvisori in attesa che si affinino i processi e le tecnologie per emettere normative più restrittive e vincolanti per tutti i paesi. L’inquinamento aereo e delle acque attraverso i venti, gli oceani, i laghi e i fiumi riguarda tutto il pianeta. Ma a duecento anni dall’avvento dell’epoca industriale, il cane continua a mordersi la coda e nessuno propone ancora soluzioni globali, che coinvolgano nel sistema protettivo aria, acqua, energia, a parte il sottoscritto, che ancora non trova interlocutori, soprattutto, nella scienza pubblica, che avrebbe dovuto essere la prima a proporre queste soluzioni per le ragioni sopra esposte. 

Che cosa aspettano? A leggere tutte insieme le proposte del sottoscritto sembrano opere di fantasia. Nella realtà sono state precedute da una ventina di brevetti mai realizzati, i quali hanno funzionato solo virtualmente e sono stati superati dalle successive invenzioni, mentre gli addetti ai lavori privati e la scienza pubblica non si sono accorti di niente. La ricerca specialistica non è tutto per avanzare nello stato dell’arte. In molti casi possono molto di più le sinergie tra settori diversi e anche un estraneo al mondo della ricerca ambientale ed energetica può rivoluzionare sistemi che vanno avanti approfondendo gli stessi problemi da un centinaio di anni senza ottenere grandi risultati. Sono molte le strozzature individuate dal sottoscritto che impediscono l’avanzamento dello stato dell’arte ambientale. Non sono difficili da eliminare ma occorrono grandi opere strutturali e molte discipline scientifiche che negli atenei si possono trovare. Alla fine, anche le industrie saranno grate, perché senza infrastrutture globali le aziende non possono adeguarsi alle normative. Occorrono sinergie tra aziende diverse e infrastrutture pubbliche per non sprecare niente. 

Per prima cosa bisogna entrare nelle fogne per prevenire la formazione dell’idrogeno solforato, separare i fanghi dalle acque e nelle ciminiere per catturare il CO2, SOx e NOx. Acqua e aria vanno depurate insieme mentre si producono biomasse energetiche anche nel sistema fognario e lungo i litorali inquinati lacustri e marini. I depuratori attuali sono migliorati tantissimo da quando nacquero un centinaio di anni fa. Peccato che siano ingombranti e posizionati lontani dai centri urbani. Non possono contribuire alla depurazione dell’aria e debbano sprecare il grosso dell’energia per rimediare ai guai combinati dal sistema fognario. Per depurare insieme aria e acqua nelle città occorre un sistema meno ingombrante, sviluppato in verticale, collegato alle ciminiere, e completo di mini serre calcaree che separa l’acqua dai fanghi, ossida le acque consumando il CO2, produce carbonati. Il resto del trattamento sarà effettuato nelle unità centrali GSP (Global synergy protection) Ma quanto e costato all’intero pianeta l’attuale sistema universalizzato da un secolo, e da almeno mezzo secolo sappiamo che non è compatibile con la depurazione globale, il recupero delle risorse energetiche e del CO2

IL silenzio della scienza pubblica su GSP non aiuta l’avanzamento dello stato dell’arte nella protezione dell’ambiente che non avanza nemmeno nel settore privato. Fino ad ora non è stato possibile consentire ai legislatori di imporre regole generali sul recupero del CO2 e del calore sprecato. Nei convegni ufficiali non si parla di depurazione globale. Nelle discussioni private e forums tecnici di provata esperienza, per interessi di parte, mettono sullo stesso piano l’energia che inquina, quella che non inquina e quella che addirittura proteggerebbe l’ambiente producendo concimi naturali per combattere la desertificazione e acque alcaline per contrastare l’acidificazione dei laghi e dei mari. Le prime due energie esistono, e godono di finanziamenti pubblici. La terza non esiste perché nessun ente pubblico vi ha investito un solo centesimo di euro. Questo succede perché senza normative imposte dal legislatore nessuno realizzerà mai le fogne depurative e le ciminiere che recuperano il CO2 e il calore, che sono le cose più urgenti e semplici. I fabbricati serra e i grandi digestori sono un sogno ancora più lontano. Nel frattempo gli impianti pubblici distruggono risorse, gli impianti privati ne disperdono altre di cui ritengono antieconomico il recupero.

Le università non fanno quasi nulla per rubare all’industria le esperienze più importanti per applicarle all’ambiente e ai recuperi energetici. Oggi si parla molto di recuperi energetici nelle reti, nei fabbricati, nei rendimenti delle singole apparecchiature ma non si vuole entrare nella logica dei rendimenti globali, che attraverso le sinergie e il collegamento degli impianti sommerebbero rendimenti termici, chimici, biologici, elettrici, superando il 100% dell’energia spesa, grazie al recupero di energie disperse da altri impianti o dalla stessa natura. Anche con soluzioni non perfette il meccanismo può iniziare a funzionare e si può mettere il legislatore in condizione di proteggere meglio l’ambiente. In materia ambientale, fatta la legge, non si trova l’inganno ma si mette in modo un meccanismo positivo per trovare soluzioni ancora migliori e ridurre i costi. Per proteggere l’ambiente non basta realizzare più impianti uguali a quelli attuali che sono incompleti nelle prestazioni e tali resteranno anche moltiplicandoli per cento. 

E’ l’intero sistema che va cambiato per riportare lo stato dell’ambiente e delle acque allo stato in cui era prima dell’avvento dell’epoca industriale. Saranno gli stessi sistemi industriali a consentire l’inversione di rotta, se si utilizzeranno in favore dell’ambiente.
Queste semplici riflessioni del sottoscritto sono nate dopo un ventennio di esperienze nel settore impiantistico ambientale, che si concluse nel 2006, con l’arrivo della pensione, senza aver visto in quel periodo significativi passi avanti nella protezione dell’ambiente. Siamo nel 2014 e nulla è cambiato. L’ambiente è fermo mentre gli altri settori corrono e partecipano all’inquinamento. Molto più proficuo, dal punto di vista professionale, fu il ventennio precedente, trascorso nell’industria automobilistica, dove le novità, scientifiche e industriali (non ambientali), si poteva dire, che fossero all’ordine del giorno e tuttora lo sono. Si riesce a produrre migliaia di auto al giorno con le tecnologie più sofisticate e diverse tra loro. 

Il segreto non è solo nella progettazione ma nei collegamenti tra le varie sezioni e nella gestione quotidiana dei problemi cui partecipano tutti gli addetti ai lavori. I progettisti delle linee di produzione e degli impianti non abbandonano l’azienda, dopo la realizzazione della fabbrica ma restano per migliorarla insieme alla quantità e alla qualità della produzione. La stessa cosa avviene per altri stabilimenti industriali produttori di beni di consumo meccanici chimici, alimentari. Nel settore privato, se i tecnici si fermano, sono immediatamente superati dalla concorrenza. Nel settore pubblico nessuno si accorge che sono fermi da decenni. Le attuali gestioni private, senza apporto di capitali e idee, non innovano il sistema. 

 Quando il sottoscritto, per libera scelta (per il desiderio di conoscere da vicino i problemi ambientali), passò dai robot di saldatura, di verniciatura, magazzini automatizzati, macchine a controllo numerico a trasferta e rotative, al settore ambientale, fu come un ritorno al passato, non di decenni ma di qualche secolo. Non per le tecnologie impiegate ma per l’organizzazione del lavoro, che, per l’ambiente, deve essere vista in una dimensione diversa rispetto alle altre attività umane. Un depuratore, una centrale termica, un inceneritore, un digestore, un’acciaieria, un cementificio, non possono essere considerati impianti singoli, ma reparti di un impianto più grande che li contiene tutti, smistando i gas verso le serre calcaree, il calore verso i digestori, le acque inquinate verso gli stagni biologici sovrapposti le acque da inviare ai mari verso i bacini delle acque da alcalinizzare, sottoposti alle serre calcaree. 

 Quello che manca nella protezione dell’ambiente e dell’energia è proprio l’organizzazione industriale delle attività distribuite a caso sul territorio. Senza seguire un processo globale di protezione dell’ambiente. Quello che succede nelle fogne non riguarda i depuratori delle acque, e la depurazione si concentra solo su alcuni parametri, mentre la depurazione dell’aria si può dire che non esista. Se le università si impegnassero di più sul fronte ambientale, che è anche più pertinente al settore pubblico, anziché spalleggiare o gareggiare con l’industria con brevetti di dettaglio, o per lo meno parallelamente, oltre a risolvere molti problemi ambientali, aiuterebbero i legislatori a emettere normative di protezione ambientali al passo con i tempi. Ma potrebbero trovare immense fonti di finanziamenti attraverso lo sviluppo di nuovi brevetti ugualmente industriali ma applicati all’ambiente. 

L’industrializzazione della protezione dell’ambiente e dell’energia biologica apre un nuovo fronte che produrrà più lavoro dell’industria manifatturiera, riguardando anche la produzione alimentare in serre completamente automatizzate e verticalizzate grazie ai sistemi sviluppati nelle industrie. Ci saranno immense reti di unità periferiche da collegate agli impianti centrali che non avrà nulla di meno rispetto ai grandi stabilimenti industriali e produrranno altrettanto lavoro senza sprecare nulla. 

Oggi le forze intellettive impiegate per produrre auto sono centinaia di volte superiori a quelle impiegate per proteggere l’ambiente. I brevetti sviluppati sul prodotto auto e componenti sono mille volte superiori a quelli sviluppati per proteggere l’ambiente. Lo stesso si può dire per le tecnologie coinvolte. Una fabbrica automobilistica, non può progettarla un qualsiasi studio di ingegneria ma la direzione generale dell’azienda che coinvolge le direzioni di sezioni, affinché l’intero know How venga riprodotto, senza disperdere nulla, in un’altra parte del mondo. Dove in pochi mesi si potranno produrre centinaia di macchine al giorno. Lo stesso vale per frigoriferi lavatrici e televisori. Chi non ha vissuto entrambe le esperienze non può vedere affinità tra l’industria e l’ambiente sul piano dell’organizzazione del lavoro perché la protezione dell’ambiente, nonostante i grandi impianti è restata allo stato artigianale. Anzi, i grandi impianti, realizzati senza tener conto delle capacità di assorbimento sostenibile dell’inquinamento sono il più grosso impedimento alla razionalizzazione del sistema. 

Il divario esistente tra l’industria tradizionale che non si occupa di ambiente e il settore ambientale che non si occupa d’industria deve essere colmato con un massiccio trasporto dei sistemi industriali nel settore ambientale, con gli opportuni adattamenti al territorio e alla gestione delle acque superficiali e piovane. L’industrializzazione della protezione dell’ambiente è ostacolata dal silenzio di coloro che potrebbero trarne il massimo beneficio. Mi riferisco in modo particolare alle facoltà universitarie scientifiche, che oggi sono ben distribuite su tutti i territori. Le università devono ragionare in modo collegiale come le aziende automobilistiche, aprendosi alle sinergie con i sistemi industriali. Devono essere loro a rubare le esperienze industriali che hanno fatto la differenza consentendo l’aumento della produttività e portandole nelle applicazioni ambientali. Non possono aspettarsi che le industrie trasferiscano spontaneamente il loro Know How nei sistemi depurativi, essendo concentrati solo sulla produzione commerciale. Non possono aspettarsi che lo facciano nemmeno gli attuali progettisti di sistemi depurativi ed e energetici che considerano i settori completamente separati per limiti imposti dalla formazione culturale che le stesse università producono, ma anche limiti imposti dal sistema economico concentrato sul prodotto commerciale non multi disciplinare; come può essere considerato il pannello solare, la pala eolica, l’acqua depurata separata dall’alcalinità, i fumi depurati separati dal CO2; l’energia biologica separata dal trattamento del digestato liquido, compostaggio e disidratazione di quello solido; l’energia fossile separata dal recupero del calore e dal recupero sostenibile del CO2. Quando ci si concentra su un prodotto non multidisciplinare anche un’attività artigianale industrializzata può fare grandi fatturati. 

Ma bisogna chiedersi quando può durare il monopolio? Quando invece ci si concentra su un prodotto multidisciplinare come l’auto occorrono grandi sinergie e grandi investimenti e grandi alleanze. La Fiat se non si fosse alleata con la Chrysler non avrebbe potuto competere sul piano internazionale con gli altri colossi industriali. I piccoli produttori di auto sono già stati spazzati via dal mercato o assorbiti dai grandi gruppi. Le grandi aziende industriali dei beni di consumo come quelle delle auto e gli elettrodomestici sono le più ambite dai governi: creano molto lavoro, non sono molto inquinanti e non hanno bisogno di grandi infrastrutture pubbliche per essere compatibili con l’ambiente. Purtroppo queste aziende, con l’economia globale, vanno dove vogliono e stanno abbandonando paesi come l’Italia.   

Altre attività creano maggiori problemi ambientali e richiedono che i governi diventino i primi imprenditori se vogliono attirare anche investimenti privati: energia, agricoltura, zootecnia, chimica, acciaierie, cemento, calcio, laterizi, alimentazione, artigianato. Questi settori possono crescere soltanto se cresce il livello tecnologico e industriale della protezione dell’ambiente. Le aziende private non possono addebitarsi tutti gli oneri depurativi. Pensiamo all’inquinamento prodotto da concimi chimici e pesticidi nelle acque di scolo. Anche volendo è difficile intercettare queste acque senza grandi opere strutturali. Deve intervenire lo stato imprenditore. Pensiamo alla grande quantità di calore disperso dagli impianti termici industriali ed energetici che non è mai separato da altre sostanze inquinanti. 

Il recupero del calore ai fini energetici potrebbe rendere sostenibile anche la depurazione dei fumi se l’azienda sapesse come utilizzare quel calore. Anche in questo caso deve intervenire lo stato imprenditore che deve recuperare quel calore e il CO2 in esso contenuto per metterlo a disposizione di altre aziende in grado di utilizzarli per altre produzioni. L’alternativa è quella attuale. Fuga di aziende, di capitali e di cervelli dal paese. In verità, questi concetti sconosciuti dovevano essere messi in atto da molto tempo se i governi avessero creato una progettazione pubblica efficiente in grado di progettare opere strutturali che affianchino le attività industriali agricole urbane dal punto di vista della lotta all’inquinamento e il recupero delle risorse. A che servono consorzi di bonifica, comunità montane, ARPA; AATO, aziende municipalizzate, con scarse o nulle capacità di progettazioni? Rinforziamo le strutture universitarie, dove i cervelli ci sono e si possono anche coltivare. Facendoli crescere progettando opere multidisciplinari di pubblica utilità diverse da quelle attuali. Serve a poco creare corsi di laurea in ingegneria ambientale se i depuratori e le centrali termoelettriche, digestori, compostatori, inceneritori si continuano a realizzare sempre allo stesso modo, posizionati a caso, sul territorio. Questo significa che anche i professori che insegnano le materie ambientali non dialogano tra di loro, altrimenti si sarebbero accorti che il sistema non funziona, come se ne è accorto il sottoscritto dai cantieri. 

Nella depurazione globale aria, acque, calore, gas, vanno trattate insieme, quindi depuratori, impianti termici, termoelettrici, industriali, urbani  vanno collegati con linee dedicate separate all’unità centrale GSP (global synergy plant), dalla quale usciranno i prodotti finiti: energia, concimi, biometano, acque alcaline, biomasse alimentari. Il GSP nasce intorno o nelle vicinanze di un impianto termico esistente che inquina, portandovi le acque necessarie e creando le infrastrutture necessarie per farlo funzionare. 

Cambiare i sistemi depurativi ed energetici in un unico sistema globale per le università che lo comprenderanno prima degli altri può diventare la più importante fonte di finanziamento, attraverso  lo sviluppo dei brevetti. Attualmente, le aziende che lavorano nella protezione dell’ambiente sono concentrate soprattutto nella produzione di macchine di trattamento che non servono nei sistemi globali. Infatti, il sistema depurativo attuale si basa su alti carichi organici e bassi carichi idraulici. Non può essere utilizzato per depurare anche i fumi, nemmeno per le grandi portate che comporta l’inquinamento agricolo e nemmeno per rendere alcaline le acque che passeranno attraverso le centrali termiche. 

Oggi gli imprenditori dell’ambiente e dell’energia forniscono quello che loro stessi hanno progettato mentre la progettazione pubblica li ha lasciati fare. Ci ritroviamo con macchine e impianti che non servono perché svolgono funzioni molto parziali e non possono completare i cicli depurativi delle acque dei fumi in favore dell’ambiente, producendo insieme energia pulita, concimi naturali e acque alcaline. Nessuna multinazionale abbraccia tutti i settori che entrano nel sistema globale di protezione dell’ambiente e nessuna è ramificata sui territori per individuare le possibili sinergie naturali e industriali. Le applicazioni da sviluppare sono tantissime e i giovani laureati potranno trovare direttamente il lavoro nelle stesse università o nelle attività indotte. E’ un nuovo modo di proteggere l’ambiente che anticipa la crescita della popolazione mondiale senza precedenti che avverrà a breve termine. Mettono insieme in un solo progetto le diverse tecnologie che si stanno sviluppando nel mondo, non ingabbiandole, ma concedendo loro di crescere meglio. Consentono alle aziende di sfruttare, a costo zero, energie termiche, nutrienti messi a disposizione da altre aziende che risparmiano sui costi di raffreddamento e di depurazione. Servono opere di presa delle acque lungo i fiumi laghi e mari, o grandi bacini per le acque piovane posizionati dove si produce energia e si depurano le acque con stagni biologici sovrapposti, per depurare grandi portate di acque da pesticidi, nitrati e metalli pesanti mentre raffreddano anche le centrali termoelettriche, laminatoi e impianti industriali. Non ci servono bacini di acque in montagna che possono causare alluvioni, eutrofizzazioni, e non servono alle depurazioni, ai raffreddamenti e alla lotta all’acidificazione. 

Servono grandi fabbricati serra sviluppati in verticale, nuovi sistemi di produzione di biomasse. Nuovi sistemi di lavorazione meccaniche dei terreni riportati al coperto per le colture energetiche e alimentari. Servono automazioni industriali, trattamento aria, convogliatori aerei monorotaia, birotaia, automotori, Trasloelevatori, trasporti pneumatici, silos, tramogge coclee, trituratori, elettropompe, ventilatori, digestori, compostatori, gasometri, reti di distribuzione dei fanghi, gas, CO2

 I problemi depurativi delle acque dell’aria e dell’energia non sono tecnologici ma, soprattutto di organizzazione del lavoro perché oggi non si fanno le cose giuste, al posto giusto, al momento giusto, nel modo giusto, sfruttando tutte le tecnologie a disposizione, integrando i cicli antropici dell’uomo con quelli della natura. Non esistono cicli di lavorazione organizzati degli elementi in entrata negli impianti: aria e acque inquinate, additivi chimici o naturali; biomasse acquatiche o terrestri. E non esistono collegamenti tra i vari reparti che potrebbero concorrere a realizzare un solo stabilimento produttivo di depurazione e di energia (GSP = Global Sinergy Plant). 

Come scritto, i reparti della fabbrica protettiva dell’ambiente GSP, non sono altro che le attuali Centrali termiche, Depuratori, digestori compostatori, inceneritori, acciaierie, cementifici, insediamenti urbani. I quali, oggi, sono posizionati sul territorio in base a piani regolatori, che tengono conto soltanto di alcuni aspetti logistici e depurativi ma sono posizionati a caso per quanto riguarda la gestione delle risorse energetiche e protettive dell’ambiente (calore, CO2 acque superficiali) I GSP saranno molto simili agli stabilimenti industriali, pur con alcuni reparti distanti alcuni chilometri. Ma ogni collegamento avrà una propria linea dedicata. L’acqua, il CO2 catturato dalle ciminiere CCPC e i fanghi separati alla fonte da moduli depurativi verticali PVUM (purifying vertical urbans module), senza essere mischiati, giungeranno al GSP più vicino che concretizzerà il lavoro anche delle sezioni periferiche producendo energia pulita, concimi naturali acque alcaline. 

La tutela dell'ambiente dipende soprattutto dal coordinamento di varie attività, energetiche depurative, alimentari, industriali Il coordinamento per essere credibile lo devono fare autorità scientifiche al di sopra degli interessi di parte, che conoscono il territorio nel quale operano In Italia e nel mondo, quando bisogna realizzare un'opera ambientale di qualsiasi genere, coinvolgono le università locali, almeno per delle consulenze, parziali, come ricerche geologiche, calcoli strutturali, idraulici di particolari complessità, impatti ambientali e via di seguito. L’energia biologica che si sta sviluppando in Europa, bruciando biomasse, trasformando i contadini in produttori di energia, producendo biocombustibili, contrariamente a quanto si possa pensare, ha scarsi legami con il territorio perché non recupera il calore disperso dagli attuali impianti termici e non coglie l’occasione per utilizzare il CO2 in favore dell’ambiente, mediante l’aggiunta di calcio, possibilmente sottratto a freddo al materiale calcareo immagazzinato (sistema descritto in altre pubblicazioni). 

Le Università sono fuori dagli attuali sistemi depurativi ed energetici, eppure sono colpevoli, come le altre strutture pubbliche, per i danni ambientali e il mancato avanzamento dello stato dell’arte. Le consulenze marginali che concedono, molte volte, a titolo personale, singoli professori, non hanno aiutato l’ambiente. Sarebbe molto diverso il loro contributo se avessero fornito consulenze collegiali basate sui sistemi globali, depurativi ed energetici. Le università, essendo strutture pubbliche hanno una linea preferenziale con i legislatori e data la grande presenza e distribuzione sul territorio, i gemellaggi con università europee e mondiali, potranno diffondere il sistema a macchia d’olio nel mondo. Non devono sostituire gli attuali progettisti ma produrre studi preliminari di fattibilità ed eventuali brevetti che sostituiscono macchine depurative che non servono per consentire ai legislatori di imporre sistemi di protezione ambientali più efficienti. 

La scienza pubblica, non essendo produttrice di macchine, né di biomasse, né di petrolio, né di pannelli solari, pale eoliche, né di qualsiasi altra forma di energia può scegliere le soluzioni migliori nell’interesse dell’ambiente, inserendole nelle opere strutturali globali. Come ha cercato di anticipare il sottoscritto, nella sua modesta attività di inventore, ugualmente sopra le parti. Come le università, interessato soltanto al riconoscimento del proprio lavoro. Gli stati devono finanziare le opere strutturali che proteggono l’ambiente da qualsiasi tipo di inquinamento industriale o energetico e recuperare le risorse che oggi si sprecano proprio per l’assenza di queste opere. 

Devono anche finanziare la ricerca di nuove energie, ma non la produzione fino a quando non saranno competitive. I produttori di energia che riusciranno a recuperare queste risorse, produrranno energia con minori costi ma anche concimi naturali e acque alcaline, sostituendo vantaggiosamente gli attuali depuratori. Di fronte a queste importanti innovazioni che il. mondo, a parole, auspica ma accoglie con inspiegabili silenzi, la scienza pubblica non può tacere. Deve prendere una posizione e schierarsi. Addirittura subentrare nella gestione e nella diffusione di questi progetti. I cittadini del mondo e chi ha lavorato per anni su questi progetti hanno il diritto di sapere da che parte stanno gli scienziati, almeno quelli che sono nelle università pubbliche. 

Nulla autorizza il sottoscritto a fare questi voli pindarici sul ruolo delle Università nella protezione ambientale futura ma chi tace può anche acconsentire. I depositi di brevetto internazionali del sottoscritto sui quali si basa il sistema GSP (global sinergy plants), se vogliono, sono a disposizione come punto di partenza. Le nuove norme sulla tutela della proprietà intellettuale WIPO (world Intellectual Property Organization) concedono ai partner pubblici o privati che troverà il sottoscritto di scegliere i paesi nei quali estendere questi depositi brevetti (che hanno già rapporti di ricerca positivi dell’ufficio brevetti europeo) entro il maggio 2015. Il resto del lavoro lo devono fare loro.

 La protezione globale dell’ambiente è un terreno vergine, non ancora esplorato dalle aziende private. Le quali hanno proposto e propongono soluzioni commerciali, non solo per un rapido rientro del capitale ma anche perché non hanno voluto complicarsi la vita studiando soluzioni che richiedono l’accesso alle fonti energetiche, idriche, disponibili sul territorio. La scienza pubblica non può continuare a rinunciare a questo vantaggio di posizione. Deve rubare le esperienze industriali che ancora non le appartengono e procedere all’industrializzazione della protezione dell’ambiente, che è di sua pertinenza, rendendo applicabili normative ambientali che renderanno più sostenibile anche l’industria. Da queste scelte si vede se un paese vuole veramente crescere. Il resto sono chiacchiere alle quali non crede più nessuno
Cordiali saluti
Luigi Antonio Pezone


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