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venerdì 28 febbraio 2020

Al via Sapereambiente, la rivista che racconta il mondo a basso impatto ambientale

Cultura e sostenibilità: nasce Sapereambiente, la rivista che racconta il mondo “a basso impatto”

Mercoledì 4 marzo (ore 17.30 – 21.00) appuntamento a Binario F di Facebook, alla Stazione Termini di Roma, per una serata speciale: un gioco di ruolo progettato dal MIT per sperimentare “in tempo reale” l’effetto delle scelte politiche sul clima e sugli equilibri del Pianeta.
Al termine il taglio del nastro della nuova testata d’informazione culturale su natura, innovazione e sostenibilità, edita da Saperenetwork – Hub48.



Sapereambiente, la nuova testata che raccontare le produzioni culturali, le notizie di taglio scientifico, i processi d’innovazione che guardano verso la sostenibilità.

E condividere strumenti utili a interpretare in maniera consapevole i fenomeni ambientali sempre più al centro del discorso pubblico.
Nasce con queste finalità Sapereambiente, il magazine rivolto a quanti agiscono nella società civile, all’interno delle agenzie educative, nel mondo delle imprese e nelle istituzioni, nel proprio percorso di vita verso modelli di convivenza a basse emissioni di carbonio, coerenti con i bisogni del Pianeta, per la tutela della biodiversità e degli equilibri eco-sistemici.

Diretta da Marco Fratoddi, firma del giornalismo ambientale e formatore, la rivista esce ogni giorno online (www.sapereambiente.it) e due volte l'anno su carta, con altrettanti numeri di approfondimento. Sapereambiente, edita da Saperenetwork, società del gruppo Hub48 di Alba (Cn), comprende storie, interviste, schede, recensioni, approfondimenti che rileggono con lo sguardo dell’ecologia quanto emerge nei diversi campi: arte, scienza, letteratura, cinema, danza e teatro, musica, design, architettura, culture digitali.
Indaga inoltre nelle politiche culturali in atto nel nostro paese, nei processi di apprendimento utili a costruire la mentalità ecologica e nelle pratiche quotidiane coerenti con il benessere personale e con quello degli habitat.

A supporto di questa missione anche un canale video, SapereambienteTv, con una programmazione centrata sugli eventi d’interesse ambientale e produzioni che traducono in linguaggio video l’approccio al giornalismo educativo che caratterizza l’intera testata.
La redazione centrale è a Roma, con collaboratori su tutto il territorio italiano e corrispondenti da diversi paesi stranieri.

Il lancio della rivista avverrà a Roma, mercoledì 4 marzo, dalle ore 17.30 presso la Stazione Termini, Binario F, Sala Facebook, via Marsala 29H (c/o Hub di LVentureGroup e Luiss Enlabs)
La presentazione della nuova testata sarà decisamente “unconventional”: i partecipanti infatti saranno coinvolti in un gioco di ruolo proveniente dal MIT di Boston. Si tratta di En Roads (Energy Rapid Overview And Decisions Support), un’attività di simulazione interattiva sviluppata da Climate interactive, MIT Sloan e da Ventana Systems. Grazie ad un facilitatore qualificato, En Roads permette ai giocatori di verificare come, al mutare delle politiche globali, si modifichino gli scenari climatici e l’escalation della temperatura al 2100.

“Il gioco è scientificamente fondato, perché riassume e contempla dati e variabili provenienti da numerosi modelli scientifici – spiega Riccardo Parigi, facilitatore qualificato En Roads e rubrichista di SapereambienteAnche se naturalmente il modello non fornisce soluzioni certe ma aiuta le persone a riflettere, comprendere e sperimentare tutte le soluzioni possibili diventando sempre più consapevoli del proprio ruolo”
Il risultato dell’attività, ancora in versione Beta e sperimentata per la prima volta pubblicamente in Italia, sarà lo scenario che deriva dall’azione comune concertata durante il role-play e sarà pubblicato sul sito di Climate Interactive con la foto dei partecipanti che terranno a battesimo, in questa maniera, Sapereambiente.

Dopo il role-play e la pubblicazione della testata è previsto un light dinner, rigorosamente a base di prodotti biologici e stoviglie compostabili.

Nei giorni a seguire, Sapereambiente sarà presente al “Festival del giornalismo ambientale” (organizzato da Ministero dell’Ambiente, Ispra, Enea e Federazione italiana dei media ambientali), che convocherà a Roma, dal 6 all’8 marzo, giornalisti e comunicatori da tutta Italia:

“Con Sapereambiente vogliamo portare il nostro contributo verso un giornalismo utile al cambiamento – dice Marco Fratoddi Un giornalismo competente e originale, un giornalismo di formazione che favorisca nuovi paradigmi interpretativi e accompagni le generazioni di questo secolo nella grande sfida che abbiamo difronte: quella per una convivenza planetaria rispettosa degli equilibri ambientali, intorno ai quali ci porta a riflettere anche l’epidemia da coronavirus che le cronache di questi giorni hanno trattato soltanto nei suoi effetti, spesso con colpevole allarmismo, anziché leggerne la complessità e interpretarla come il sintomo, l’ennesimo, delle alterazioni globali provocate da un modello insostenibile”.
Saperenetwork è una start-up innovativa del gruppo Hub48 che realizza attività editoriali, fornisce servizi di comunicazione integrata, progetta e anima programmi di formazione, organizza eventi pubblici curando l’allestimento e la gestione a basse emissioni di carbonio attraverso soluzioni e tecnologie proprietarie per produrre energia sul posto. È specializzata nella comunicazione culturale della sostenibilità e dell’innovazione. La sede legale si trova ad Alba (Cn), nell’ambito della piattaforma Hub48, ha una sede operativa con redazione giornalistica a Roma e collaborazioni attive nelle principali città d’Italia. Al suo attivo Saperenetwork ha la Scuola di ecologia (www.scuoladiecologia.it) a Perugia, un ciclo d'incontri con laboratori di progettazione educativa realizzato in collaborazione con Arpa Umbria, il patrocinio del Comune di Perugia e l'Università degli studi di Perugia.

Climate Interactive è un Think Tank indipendente e no profit creato da una costola del M.I.T. - Massachusetts Institute of Technology - che crea degli strumenti accessibili e scientificamente rigorosi per aiutare le persone a vedere connessioni, interagire con degli scenari e capire come le loro azioni possano contribuire ad affrontare la più grande sfida che abbiamo di fronte, il riscaldamento globale del pianeta.

Riccardo Parigi si occupa di comunicazione ambientale e di formazione motivazionale da molti anni. Collabora con industrie energetiche e manifatturiere per attivare un dialogo rispettoso e collaborativo con il personale addetto e con la popolazione sulle tematiche ambientali e di sicurezza. Laureato in Filosofia, ha scoperto EN Roads recentemente, grazie alla segnalazione di un cliente. Il progetto è arrivato da poco in Italia e Riccardo Parigi ne è uno dei primi tre Ambassador nel nostro Paese.
Appuntamento a Roma, mercoledì 4 marzo, ore 17.30.
Binario F, Sala Facebook, via Marsala 29H (c/o Hub di LVentureGroup e Luiss Enlabs).
La prenotazione è obbligatoria, a numero chiuso (max 40 persone).
Info e prenotazioni via mail a segreteria@sapereambiente.it o whatsapp: +39 3714634125.

venerdì 19 ottobre 2018

Come è cambiato il clima dell’Antartide? Riscaldamento globale: dal passato arrivano nuove ipotesi su cosa ci aspetta in futuro

Come è cambiato il clima dell'Antartide?
Riscaldamento globale: dal passato arrivano nuove ipotesi su cosa ci aspetta in futuro


L'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) lo chiede da anni e l'ha appena ribadito nel rapporto quinquennale presentato l'8 ottobre: se non si interverrà rapidamente per ridurre il riscaldamento globale mantenendolo entro i limiti del +1.5 °C le conseguenze per il nostro Pianeta e l'umanità saranno devastanti.

La conoscenza della situazione attuale dei ghiacci polari diventa quindi di estrema importanza per capire quali sono i margini di intervento.

Una review pubblicata sulla rivista Nature Communications e un report su Scientific Reports, entrambi coordinati da Florence Colleoni, ricercatrice della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC (oggi in forza all'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS), fanno il punto su come è cambiata nel tempo la risposta della calotta Antartica al riscaldamento oceanico e su cosa indagare per meglio prevedere l'evoluzione futura

E risultato comune a entrambi è l'evidenziazione della necessità di completare la mappatura della topografia sub-glaciali, che regola la velocita di discarica di ghiaccio nell'oceano, per poter meglio identificare i principali punti di non ritorno da non oltrepassare e predire l'ampiezza dei cambiamenti del livello del mare in atto.

L'ANALISI DEI DATI PRECEDENTI
Per capire cosa succederà alla calotta polare dell'Antartide con il riscaldamento globale, la review, frutto del lavoro di un gruppo internazionale di ricercatori si è concentrata su come la calotta stessa ha risposto in passato ai cambiamenti e soprattutto sui come modelli previsionali possono integrare le osservazioni e le rilevazioni di oggi con quelle di ieri.

"Anche se grazie a questi modelli possiamo fare delle ipotesi sull'andamento futuro, i risultati predittivi dei modelli fisici sono profondamente influenzati dalla mancanza di dati topografici completi e dalla parziale conoscenza di alcuni processi oceanici, glaciologici e idrologici" spiega Florence Colleoni. 

"Le dinamiche glaciali - prosegue Colleoni - sono principalmente determinate da come il ghiaccio fluisce al di sopra dello strato roccioso che si trova al di sotto di essa. Ma la mancanza di un'accurata topografia sub-glaciale (con l'individuazione della presenza di eventuali cavità, rilievi, laghi, argini, etc), dovuta all'oggettiva difficoltà di mappare l'intera calotta antartica, rende difficile simulare con dei modelli il comportamento del ghiaccio, come fluisca al di sopra della piattaforma, e la sua risposta alle variazioni atmosferiche e oceaniche. Questo è anche il motivo per cui le proiezioni sul contributo futuro dell'Antartide a variazioni del livello del mare rimangono altamente incerte.
Sappiamo inoltre che l'oceano riveste un ruolo decisivo nell'assottigliamento e progressivo collasso delle piattaforme glaciali, ma disponiamo di ben poche osservazioni su come avviene la circolazione oceanica al di sotto delle piattaforme glaciali, o quanto sia calda l'acqua dell'oceano". Di questo si sta occupando anche l'IPCC che sta lavorando a un rapporto speciale su "Ocean and Cryosphere" la cui uscita è prevista per il 2019 con l'obiettivo di valutare lo stato delle osservazioni esistenti e della comprensione di questi processi nelle zone polari.

La review ha dunque fatto il punto su quello si conosce delle interazioni e dei processi fisici che si verificano all'interfaccia tra calotta glaciale, il suolo roccioso sottostante la calotta (bed), l'oceano e i margini continentali attorno all'Antartide.

A causa dei cambiamenti climatici in atto, la calotta glaciale antartica potrebbe infatti ridursi notevolmente nei prossimi anni, non tanto per effetto dello scioglimento superficiale dei ghiacciai, come avviene per esempio in Groenlandia, ma per il sempre più frequente distacco di iceberg dalle sue estremità. 

Il futuro dell'Antartide è inoltre minacciato da un altro fenomeno, solo di recente identificato dai ricercatori: lo scioglimento delle piattaforme glaciali antartiche per effetto dell'intrusione di calde acque profonde circumpolari, un processo che sarebbe responsabile del rapido assottigliarsi e ritirarsi delle piattaforme glaciali galleggianti dell'Antartide osservato durante le ultime decadi. 

I modelli numerici mostrano che questo processo potrebbe portare velocemente alla scomparsa della calotta glaciale antartica occidentale (WAIS – West Antarctic Ice Sheet), si appoggia sul fondo del mare e non sulla terra ferma e per questo è particolarmente vulnerabile e sensibile al riscaldamento oceanico e all'innalzamento del livello del mare; in Antartide, inoltre, se la topografia sotto la piattaforma di ghiaccio avesse una pendenza rivolta verso l'interno (come la piattaforma continentale, più erosa nelle zone più interne), e non verso l'oceano, il collasso potrebbe essere ancora più rapido. Anche i record fossili ritrovati nei sedimenti marini documentano come il collasso delle calotta glaciale antartica occidentale e alcuni settori orientale si sia verificato ripetutamente nel corso degli ultimi 5 milioni di anni.

LA RISPOSTA DELLE CALOTTE POLARI AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Lo studio pubblicato su Scientific Reports ha rilevato come negli ultimi 34 milioni di anni, la piattaforma continentale antartica sia gradualmente sprofondata a causa del carico di ghiaccio, dello sprofondamento termico della crosta e dell'erosione dovuta a ripetute glaciazioni. Un particolare cambio nello sprofondamento si è registrato nei depositi sedimentari attorno al margine antartico, dopo il Miocene medio (circa 15 milioni di anni fa).

"Analizzando i dati sedimentari del margine continentale della calotta glaciale antartica, emergono tuttavia differenze dinamiche fondamentali della calotta tra l'epoca Miocenica (circa 20 Millioni di anni fa) e la storia più recente dell'Antartide, conseguenza probabile dell'abbassamento graduale della CO2 nel tempo." dice Laura De Santis (OGS).

"In base a queste osservazioni passate, abbiamo effettuato decine di simulazioni numeriche dell'evoluzione della calotta, variando le temperature oceaniche, il livello del mare eustatico e il clima" precisa Colleoni.

Il risultato delle varie simulazioni mostra chiaramente che l'evoluzione dello sprofondamento e dell'espansione dei margini continentali, aumenta la sensibilità della calotta glaciale antartica alle fluttuazioni di temperature oceaniche, indipendentemente del contesto climatico. Il clima modula quindi l'ampiezza della risposta della calotta sia alla batimetria che alla forza oceanica. 

Lo studio ipotizza quindi che la calotta ha contribuito all'amplificazione della propria sensibilità alle correnti oceaniche ampliando ed erodendo gradualmente la piattaforma continentale, che probabilmente ha cambiato i suoi punti di non ritorno (tipping point) nel tempo.

Anche in questo caso, la mancanza di ricostruzioni topografiche e batimetriche implica che finora abbiamo ancora una comprensione incompleta della risposta rapida della calotta alle condizioni climatiche calde del passato, che è cruciale per comprendere la sua evoluzione futura. 

Tuttavia, le incertezze nel contributo della calotta glaciale alle variazioni del livello del mare in passato o ad altri meccanismi di forzatura nei periodi chiave, come il Miocene medio, il Pliocene medio o l'Ultimo interglaciale, sono ancora grandi.

Ma ricostruire la morfologia dei fondali marini del passato e la topografia subglaciale sottostante, è molto difficile.
Le ricostruzioni precedenti delle calotte glaciali forniscono utili informazioni sulla risposta alle variazioni climatiche calde e fredde di diverse grandezze.

Comprendere meglio queste caratteristiche diventa dunque determinante per poter valutare con un grado di minor incertezza il contributo dell'Antartide alle variazioni future del livello del mare e del clima.

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Spatio-temporal variability of processes across Antarctic ice-bed–ocean interfaces – Nature Communications (2018)9:2289
Hanno collaborato: Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS, Colorado College, Istituto di Scienze Marine - CNR, Victoria University of Wellington, Alfred Wegener Institute, University of Bremen, Montclair State University e Imperial College of London

Past continental shelf evolution increased Antarctic ice sheet sensitivity to climatic conditions – Scientific Reports 9: 2289 (2018) 
Hanno collaborato: Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici; dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS; del Dipartimento Scienze Fisiche, della Terra e dell'Ambiente dell'Università di Siena; dell'Earth Research Institute, University of California di Santa Barbara; della Louisiana State University, Department of Geology and Geophysics; del Department of Geography, University of Sheffield, UK; di CNR-ISMAR e di A.P.E. Research srl 


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Il clima del Mediterraneo nei prossimi 100 anni sarà più arido, secondo quanto emerge dalla studio del nostro più antico passato

Il clima del Mediterraneo nei prossimi 100 anni sarà più arido, secondo quanto emerge dalla studio del nostro più antico passato 

L'Università di Pisa partner della ricerca pubblicata su Nature Communications e basata sulle analogie fra l'ultimo periodo interglaciale e la situazione attuale 

Più arido e con minori precipitazioni, potrà essere così il clima del Mediterraneo nei prossimi cento anni secondo quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato su Nature Communications e al quale hanno partecipato come unici italiani Eleonora Regattieri e Giovanni Zanchetta del dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa. 

La ricerca, che complessivamente ha coinvolto 12 istituzioni fra cui l'University College di Londra come capofila, si basa sull'idea che l'analisi del clima passato, in questo caso l'ultimo periodo interglaciale (129-116 mila anni fa), possa fornire fondamentali indicazioni per capire le tendenze attuali e future.

"Lo studio dell'ultimo periodo interglaciale è particolarmente rilevante perché è stato caratterizzato da un intenso riscaldamento artico, con temperature più alte di alcuni gradi rispetto a quelle attuali e quindi paragonabili agli scenari di riscaldamento previsti per la fine di questo secolo", spiega Giovanni Zanchetta.
Come conseguenza del riscaldamento, la ricerca ha stimato che il livello globale del mare nell'ultima epoca interglaciale sia stato di circa 6-9 metri superiore al livello attuale, un innalzamento in buona parte dovuto alla fusione della calotta glaciale della Groenlandia.

"Un tale scioglimento dei ghiacci potrebbe quindi aver contribuito ad un'instabilità, della circolazione oceanica del Nord Atlantico, con momenti di indebolimento corrispondenti a periodi di scarsità di precipitazioni in Europa", aggiunge Zanchetta.

Per definire in dettaglio i cambiamenti oceanici e atmosferici dell'Atlantico settentrionale e dell'Europa meridionale, i ricercatori hanno prodotto una sorta di "stele di rosetta stratigrafica" analizzando una carota di sedimento marino proveniente dal margine atlantico della penisola iberica. 

I dati emersi, relativi ad esempio ai pollini e ai cambiamenti della vegetazione, sono stati quindi confrontati con l'andamento delle precipitazioni, registrato nelle stalagmiti della grotta "Antro del Corchia", nel nord Italia, già studiate dai geologi dell'Università di Pisa. 

Il collegamento tra Corchia e il margine atlantico della penisola iberica ha così permesso ai ricercatori di datare per la prima volta in modo dettagliato e preciso i cambiamenti climatici nel Nord Atlantico. L'Antro del Corchia possiede infatti un vero e proprio archivio del clima passato, conservato nella stratigrafia e nelle proprietà chimiche delle sue concrezioni, che copre più di un milione di anni.

"Sebbene l'ultimo periodo interglaciale non sia un del tutto sovrapponibile a quanto accade oggi come conseguenza dell'attività umana – conclude Zanchetta - il profilo climatico che emerge, su scala secolare, indica che il progressivo riscaldamento che stiamo osservando possa generare in futuro un'instabilità del clima associata a fenomeni significativi di siccità".

Giovanni Zanchetta ed Eleonora Zanchetta sono ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa, dipartimento da anni leader nelle ricerche paleoclimatiche che a livello didattico offre, fra i primi in Italia, un nuovo curriculum di Climatologia nell'ambito un corso di laurea magistrale di Scienze ambientali.

L'articolo " Enhanced climate instability in the North Atlantic and southern Europe during the Last Interglacial" di P.C. Tzedakis et al. è stato pubblicato su Nature Communications il 12 ottobre 2018.

Didascalia foto: Stalagmiti dall'Antro del Corchia (Lucca) (Foto I. Isola).


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mercoledì 11 aprile 2018

Cambiamenti climatici. Artico: un pianeta troppo caldo - 13 aprile collegamento Green Cross e CNR-DTA con la base Dirigibile Italia

Un pianeta troppo caldo:
dall'Artico una lezione sui cambiamenti climatici

Green Cross e CNR spiegano agli studenti le sfide della ricerca sul Global Warming

Se ci si trova al Polo Nord è praticamente impossibile essere scettici sui cambiamenti climatici. 
Qui l'inverno ha cambiato la sua fisionomia e anche la geografia viene ridisegnata da questi cambiamenti con implicazioni importanti per gli ecosistemi: l'aumento della tundra e delle aree vegetate spingono alcune specie a muoversi nell'entroterra alla ricerca di cibo. 
Questo vale anche per il mare: la diminuzione del ghiaccio favorisce l'assorbimento di calore, amplificando il processo di riscaldamento globale. 
Cosa sta succedendo all'Artico? E perché gli scienziati si sono spinti fino ai Poli per fare ricerche sul clima e sull'ambiente? 
Lo scopriranno gli studenti che parteciperanno all'incontro "Un pianeta troppo caldo", promosso dall'Ong ambientalista Green Cross e dal Dipartimento Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l'Ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-DTA), venerdì 13 aprile a Explora il Museo dei Bambini di Roma (via Flaminia 82, ore 10).
Cinquanta bambini di quarta e quinta elementare dialogheranno con i ricercatori in missione al Polo Nord in video-collegamento con la base Dirigibile Italia del Cnr a Ny-Ålesund, Isole Svalbard: scopriranno l'importanza della raccolta di dati scientifici per lo studio dei processi che sono alla base dei cambiamenti climatici in Artico e l'impatto che hanno alle nostre latitudini. 
I ricercatori illustreranno i nuovi esperimenti che stanno svolgendo per spiegare gli effetti sulle regioni polari delle polveri e degli inquinanti (aerosol) e residui della combustione (Black Carbon) prodotti dalle attività umane, trasportati dal vento dalle nostre latitudini fino al Polo.
«Il Black Carbon quando si deposita sulla superficie altera le proprietà di riflettività della neve e del ghiaccio, accelerandone lo scioglimento - spiega Emiliano Liberatori, responsabile della stazione artica Dirigibile Italia del Cnr, che condurrà il collegamento in videoconferenza -. Anche lo scioglimento del permafrost, il terreno perennemente ghiacciato delle regioni polari, ha delle conseguenze sul riscaldamento globale a causa del rilascio in atmosfera di ulteriori quantità di gas serra che intrappolano la radiazione termica emessa dalla superficie terrestre. L'inquinamento ha causato al Polo Nord un aumento della temperatura di 1,3 gradi negli ultimi 20 anni. Le trasformazioni dell'Artico non rappresentano solo un segnale dell'impatto dei cambiamenti climatici ma costituiscono un fattore di accelerazione del riscaldamento, anche alle nostre latitudini. Da qui, la necessità di raccogliere dati e informazioni che aiutino a migliorare i modelli di previsione».
L'appuntamento di Green Cross e Cnr al Museo Explora si inserisce nell'ambito della campagna di promozione del concorso nazionale Immagini per la Terra, organizzato in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione e con il sostegno di Acqua Lete.l


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martedì 10 aprile 2018

GREENPEACE: DOBBIAMO DIMEZZARE LA PRODUZIONE DI CARNE E PRODOTTI LATTIERO CASEARI

GREENPEACE: DOBBIAMO DIMEZZARE LA PRODUZIONE DI CARNE E PRODOTTI LATTIERO CASEARI SE VOGLIAMO SALVARE IL CLIMA, LA NATURA E LA NOSTRA SALUTE


ROMA, 10.04.18 – Se vogliamo evitare gli impatti più devastanti dei cambiamenti climatici e rispettare l'Accordo di Parigi dobbiamo dimezzare produzione e consumo globale di carne e prodotti lattiero caseari entro il 2050. Lo afferma il rapporto di Greenpeace "Meno è meglio".


In Europa la riforma della PAC (Politica Agricola Comune) deve facilitare la transizione dal modello degli allevamenti intensivi a forme di agricoltura e di allevamento ecologiche

"La Politica Agricola Comune ci sta spingendo verso un baratro di insostenibilità. Gli allevamenti intensivi sono una grande fonte di emissioni di CO2, di inquinamento dell'aria e dell'acqua e possono causare seri problemi alla salute tra cui lo sviluppo della resistenza agli antibiotici" afferma Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. "L'Italia e l'Unione europea devono garantire che l'imminente riforma della PAC acceleri il passaggio a una produzione sostenibile di ortaggi e verdure e a ridurre gli allevamenti industriali, ritirando il sostegno della produzione intensiva di animali".

Tre animali su quattro allevati in Europa sono tenuti in un ristretto numero di grandi allevamenti intensivi, mentre i piccoli produttori hanno ridotto il loro bestiame del 50 per cento.

Se non affrontiamo rapidamente la questione, il contributo dell'agricoltura alle emissioni di gas serra nel 2050 potrebbe arrivare al 52 per cento delle emissioni totali. Il 70 per cento di questo contributo è previsto proprio dai settori della produzione di carne e prodotti lattiero-caseari. In Europa gli allevamenti contribuiscono già alle emissioni di gas serra per il 12-17 per cento. Inoltre gli allevamenti contribuiscono all'inquinamento dell'acqua, in particolare con azoto e fosforo, e dell'aria, soprattutto con emissioni di ammoniaca e polveri sottili (PM2.5).

Non meno gravi gli impatti sanitari: per l'OMS (Organizzazione mondiale della sanità), l'EFSA (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) la resistenza agli antibiotici è "una delle maggiori minacce alla salute umana".

Un rapporto congiunto EFSA/ECDC conferma la presenza negli animali allevati di batteri che hanno sviluppato resistenza ad antibiotici di importanza cruciale. E l'Italia è seconda solo alla Spagna in Unione europea per uso di antibiotici negli allevamenti.

"La necessità di ridurre domanda e offerta di prodotti di origine animale è ormai il pensiero dominante nella comunità scientifica. Solo una significativa riduzione del consumo di carne e latticini ci garantirà un sistema agroalimentare adatto per il futuro, a beneficio degli esseri umani e del Pianeta" afferma il professor Pete Smith, Università di Aberdeen, che ha preso parte ai lavori dell'IPCC (Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici).


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Cambiamenti climatici: dalla montagna al mare 25 anni di effetti del climate change

Dalla montagna al mare, 25 anni di effetti del climate change

La Rete di ricerca ecologica a lungo termine (Lter), coordinata per l'Italia dal Consiglio nazionale delle ricerche, ha raccolto e analizzato numerose serie di dati sul lungo periodo relativamente a ecosistemi montani e acquatici: aumentano le temperature di suoli e acque e, con esse, la copertura vegetale e la presenza di specie termofile. 

I risultati dell'indagine aiutano a comprendere i cambiamenti climatici in atto e il peso dell'impatto antropico.

Negli ultimi due decenni la copertura vegetale nelle aree montane è aumentata e, con essa, la durata della stagione vegetativa e la presenza di specie 'termofile', cioè legate a climi più miti. 

Sono alcuni dei dati che emergono dalle ricerche di Lter Italia, la Rete di ricerca ecologica a lungo termine che svolge indagini multidisciplinari in materia ambientale su scale temporali pluridecennali. 

 Presente in tutto il mondo, la Rete in Italia conta 25 siti e 80 stazioni di ricerca distribuite su tutto il territorio nazionale, ed è coordinata dal Consiglio nazionale delle ricerche attraverso il Dipartimento di scienze del sistema Terra e tecnologie per l'ambiente (Dta-Cnr).

La rivista internazionale Science of the Total Environment ha dedicato un volume speciale alle ricerche delle Reti Lter: due gli studi a firma italiana, nei quali sono coinvolti, in particolare, gli Istituti Cnr per lo studio degli ecosistemi (Ise), per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo (Isafom) e di scienze marine (Ismar).

Nel primo studio, dedicato agli ecosistemi montani è stato analizzato l'effetto del cambiamento climatico su Alpi e Appennini sulla base di dati provenienti da venti siti in Italia, Svizzera, Austria e inclusivo anche di ecosistemi d'acqua dolce, come i laghi alpini. 

"L'analisi delle lunghe serie di dati ambientali a disposizione ha dimostrato l'importante ruolo degli ecosistemi d'alta quota come 'sentinelle' del riscaldamento globale. Essi, infatti, rispondono molto rapidamente ai fattori climatici, mostrando alterazioni non solo nelle temperature, ma anche nelle condizioni del suolo, nella copertura vegetale e nei cicli degli elementi", afferma Michela Rogora (Ise-Cnr). 

"Inoltre, abbiamo evidenziato effetti ecologici a breve termine dovuti ad ondate di calore, siccità prolungate o precipitazioni intense, cioè gli eventi climatici estremi di cui è previsto un aumento di frequenza".

Il secondo articolo ha riguardato, invece, l'analisi di 22 diversi ecosistemi acquatici: laghi di montagna, subalpini e artificiali, acque lagunari e marine costiere di Alto Adriatico, Golfo di Napoli, Sardegna e promontorio di Portofino. 

"In questo caso, tra le principali tendenze abbiamo riscontrato un aumento della temperatura delle acque superficiali stimata nei laghi subalpini in +0.2 °C per decade dagli anni '70", afferma Alessandra Pugnetti (Ismar-Cnr). 

"Ciò produce importanti effetti su tutta la rete trofica planctonica, agendo sugli organismi sia direttamente sia indirettamente, attraverso modifiche della struttura della colonna d'acqua. In particolare, assistiamo ad un'espansione dell'areale di distribuzione di alcune specie planctoniche termofile, come alcuni crostacei, che va di pari passo con un'anticipazione stagionale e una maggiore durata dei picchi di sviluppo delle specie coinvolte. Inoltre, si è riscontrata una tendenza al fenomeno dell'oligotrofizzazione: una riduzione dei nutrienti disponibili e della clorofilla, la cui concentrazione si è ridotta, in alcuni ambienti, fino al 50 % nelle ultime due decadi".

Altri ricercatori del Cnr hanno partecipato a un terzo articolo sull'evoluzione a lungo termine delle deposizioni atmosferiche di zolfo e azoto e sul loro impatto sugli ecosistemi forestali. "Le reti Lter sono uno strumento utile per affrontare i problemi ambientali in una prospettiva globale", afferma il coordinatore della rete Lter Italia Giorgio Matteucci (Isafom-Cnr). 

"L'analisi sul lungo periodo, unito all'approccio multidisciplinare e al confronto tra ecosistemi diversi, permette di valutare efficacemente sensibilità e resilienza degli ecosistemi, evidenziare elementi comuni e differenze legate al cambiamento climatico e alle attività antropiche locali".


Roma, aprile 2018

La scheda
Chi: Rete Lter Italia, coordinata dal Consiglio nazionale delle ricerche, con la partecipazione di Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo (Isafom), Istituto per lo studio degli ecosistemi (Ise), Istituto di scienze marine (Ismar), Istituto per l'ambiente marino-costiero (Iamc), Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell'ambiente (Irea), Istituto di biologia agro-ambientale e forestale (Ibaf), Istituto di biometeorologia (Ibimet) e il coinvolgimento di più 50 tra università, enti di ricerca, enti territoriali.

Che cosa:
-    Rogora et al. 2018. 'Assessment of climate change effects on mountain ecosystems through a cross-site analysis in the Alps and Apennines. Science of the Total Environment', 624: 1429-1442. 
-       Morabito et al. 2018. 'Plankton dynamics across the freshwater, transitional and marine research sites of the LTER-Italy Network. Patterns, fluctuations, drivers'. Science of the Total Environment, 627: 373–387. 
-    Vuorenmaa et al. 2018. 'Long-term changes (1990–2015) in the atmospheric deposition and runoff water chemistry of sulphate, inorganic nitrogen and acidity for forested catchments in Europe in relation to changes in emissions and hydrometeorological conditions. Science of the Total Environment', 625: 1129–1145


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domenica 4 marzo 2018

Energia sostenibile. Italia terza nella classifica europea per consumi da fonti rinnovabili


Italia terza nella classifica europea per consumi da fonti rinnovabili

Pubblicati due studi del GSE: il primo effettua la comparazione tra i Paesi della UE a 28. Il secondo individua le buone pratiche urbane in materia di sviluppo sostenibile

Roma, 4 marzo 2018. L'Italia è il terzo Paese in Europa per consumi energetici alimentati da fonti rinnovabili e rappresenta circa l'11% di tutta l'energia da fonte rinnovabile consumata nell'Unione Europea
Rispetto a una media dell'Europa a 28 del 17,04%, il nostro Paese ha una quota complessiva di consumi energetici da rinnovabili pari al 17,41%. 
Nel settore elettrico tale quota ammonta al 34,01%, quasi 5 punti percentuali in più rispetto al 29,60% della media europea, mentre negli altri settori i risultati conseguiti sono allineati con la UE: 18,88% nel settore termico e 7,24% nel settore dei trasporti rispetto ai valori medi europei del 19,06% e del 7,13%. 
Sono questi alcuni dei dati contenuti nello studio redatto dal GSE dal titolo "Fonti Rinnovabili in Italia e in Europa, verso gli obiettivi al 2020", che riporta le statistiche complete, riferite al 2016, del settore green a livello europeo, evidenziando l'ottimo posizionamento dell'Italia rispetto a molti partner UE in termini di utilizzo delle fonti rinnovabili.
Se si guarda all'evoluzione registrata nel periodo 2005-2016, la Germania è, in termini assoluti, il Paese che ha aumentato di più i consumi da fonti rinnovabili, incrementandoli di 18,1 Mtep. 
 L'Italia, che con un incremento di 10,4 Mtep è al secondo posto della classifica a pari merito con la Gran Bretagna, ha raddoppiato in undici anni i propri consumi di energia "green" portandoli dai 10,7 Mtep del 2005 ai 21,1 Mtep del 2016
Ciò significa, in termini percentuali, che su un consumo complessivo europeo di 195 Mtep di energia da fonti rinnovabili, l'Italia rappresenta circa l'11%: una percentuale che pone il nostro Paese al terzo posto nella classifica dei consumi da FER dopo Germania e Francia e prima del Regno Unito. 
Se si guarda invece ai consumi complessivi di energia (anche da fonte fossile), il nostro Paese risulta al quarto posto coprendo il 10,6% del totale europeo. 
Nello studio, inoltre, si legge che da sole Germania, Francia, Regno Unito e Italia coprono oltre la metà dei consumi complessivi dell'Europa a 28.
Il secondo studio pubblicato dal GSE, dal titolo "Città sostenibili: buone pratiche nel mondo" parte dal presupposto che i centri urbani possano e debbano giocare un ruolo da protagonisti per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, così come indicato nell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. 
Una consapevolezza derivante dal fatto che nei centri urbani si concentra l'80% delle attività economiche globali e, di conseguenza, la maggior parte delle emissioni climalteranti
Lo studio GSE individua alcune buone pratiche ed esperienze virtuose sperimentate in città del mondo di differenti dimensioni, condizioni e localizzazioni, potenzialmente applicabili anche ad altri centri urbani.
Tra le città analizzate figurano ad esempio:
  • Milano, vincitrice dell'Eurocities Award nel 2015, grazie a progetti come l'Area C, una nuova linea della metropolitana e il Pass Mobility, che hanno consentito di ridurre l'uso dell'auto privata del 30%; 
  • Zurigo, al primo posto nel 2016 per il Sustainable Cities Index relativo alle buone pratiche di sostenibilità urbana, soprattutto in tema di riduzione delle emissioni
  • Anversa, che ha avviato il Market Place Mobility, per decongestionare il traffico attorno a quello che è il secondo porto più grande d'Europa; 
  • Parigi, che nel 2015 ha ospitato la COP 21, summit internazionale sui Cambiamenti climatici, e sta puntando molto sulla mobilità elettrica, anche attraverso piani di aiuti per i taxi, e fondi di garanzia per sostenere la bancabilità di progetti nel comparto dello sviluppo sostenibile.

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INVESTIMENTI SOSTENIBILI IN PIEMONTE: 15 MILIONI PER 23 PROGETTI "GREEN" GESTITI DAL POLO CLEVER

15 MILIONI PER 23 PROGETTI "GREEN" GESTITI DAL POLO CLEVER

Attivati circa 15 milioni di investimenti con il contributo di oltre 6,5 milioni dai fondi regionali europei.

Torino, 4 marzo 2018 – 55 tra PMI e grandi aziende coinvolte e oltre 10 organismi di ricerca per 23 progetti innovativi 'made in Piemonte', che possono contare su 15 milioni di investimenti totali e un contributo di oltre 6,5 milioni provenienti dai fondi POR FESR 2014-2020

Il mondo dell'imprenditoria e della ricerca piemontese punta fortemente sull'innovazione a servizio della sostenibilità, alla ricerca di soluzioni tecnologiche a impatto zero per salvaguardare il futuro del pianeta.

Tra settembre 2017 e febbraio 2018 hanno preso ufficialmente il via tutti i 23 progetti "green", selezionati attraverso i bandi della Regione Piemonte per progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale nell'ambito dei Poli di Innovazione, sostenuti e sviluppati con la supervisione di Clever, il Polo di innovazione piemontese dedicato a Energy e Clean Technologies, gestito e coordinato da Environment Park di Torino e dal Consorzio Un.I.Ver di Vercelli.

Dalle soluzioni per il monitoraggio degli argini fluviali e delle frane a quelle per il recupero dell'energia dalle acque reflue civili, dalla realizzazione di infrastrutture smart per l'illuminazione pubblica ad alta efficienza energetica e di sistemi di recupero energetico aerodinamico inerziale per veicoli industriali, fino all'impianto pilota per l'allevamento di una larva mosca per la produzione di farine proteiche, lipidi e chitina: sono queste alcune delle proposte che daranno i primi risultati nella seconda metà del 2019 e che potranno offrire risposte concrete ad alcune delle numerose problematiche ambientali presenti nella nostra società.

Suddivisi tra i 14 della Linea A (che riguardano esclusivamente le imprese presenti già nel 2016 nel Polo Clever) e i 9 della Linea B (destinati a realtà che sono entrate nel Polo a partire dal 2017), i 23 progetti interessano un ampio ventaglio di tematiche: efficienza e uso razionale dell'energia e delle risorse idriche, economia circolare, mobilità sostenibile, cambiamenti climatici e clean solutions.

"Quelli che hanno preso il via in questi mesi sono progetti intelligenti, innovativi e di sicuro impatto positivo sull'ambiente – sottolinea Davide Canavesio, amministratore delegato di Environment Park – Dopo averli preselezionati e supervisionati nella loro idea progettuale, ora il Polo Clever avrà il compito di coordinarli e affiancarli nella loro evoluzione. Un ruolo strategico di primaria importanza per una realtà che rispecchia in pieno la vocazione di Environment Park: creare un terreno fertile e ricco di opportunità per la crescita di imprese che si occupano di sostenibilità in ogni ambito".

"Interessanti i progetti che hanno centrato, per il momento, l'obiettivo di attivare strette collaborazioni tra pmi e centri di ricerca -  spiega Vincenzo Zezza, Responsabile del Settore Sistema universitario, Diritto allo studio, Ricerca e Innovazione della Regione Piemonte -  L'efficacia del Polo è anche risultata nel saper attrarre nuove imprese e relative idee progettuali, e nel favorire progetti in grado di mettere a fattor comune le diverse competenze tecnologiche dei suoi associati. La Regione continuerà a seguire lo sviluppo di questi progetti e ne favorirà l'aggregazione su tematiche risultate ampiamente trasversali, come quelle per la mobilità elettrica e a basse emissioni, per l'efficienza energetica e per l'economia circolare, condivise del resto dalla maggior parte dei progetti anche degli altri Poli di Innovazione".


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venerdì 2 marzo 2018

iDEAL: lanciato all'Università Iuav di Venezia un nuovo progetto per il futuro del clima


"iDEAL"

LANCIATO ALL'UNIVERSITÀ IUAV UN NUOVO PROGETTO EUROPEO
PER IL FUTURO DEL CLIMA

Finanziato dal primo bando Standard+
del programma Interreg Italia-Croazia
​ ​
2014-2020
meeting di lancio del progetto
Venezia, Palazzo Badoer, 1-2 marzo 2018

Eventi meteorologici estremi, intensificazione degli incendi, siccità, alluvioni, frane sono tra gli effetti più diffusi del cambiamento climatico che colpiscono Italia e Croazia. La prevenzione, o almeno la riduzione, di questi effetti potrebbe essere supportata da un settore pubblico meglio organizzato per quanto riguarda l'acquisizione di dati e informazioni e la loro elaborazione. 

Su queste premesse si basa il progetto "iDEAL – Decision support for Adaptation pLan", finanziato dal primo bando – lanciato nel 2017 – del programma europeo Interreg Italia-Croazia 2014-2020.

Il progetto iDEAL aiuterà le amministrazioni pubbliche a prendere decisioni appropriate riguardo le misure di adattamento climatico e a sviluppare piani di adattamento climatico coerenti e adeguati nei territori coinvolti: per l'Italia, la zona costiera di Pesaro, Misano Adriatico e Ostuni, oltre all'area veneziana; per la Croazia, la zona costiera di Dubrovnik e la regione istriana.

Questo obiettivo sarà perseguito attraverso un processo condiviso di costruzione di conoscenza e la realizzazione di un Sistema di Supporto alle Decisioni comune per il cui uso, sviluppo e aggiornamento verrà realizzato un programma formativo transfrontaliero.

iDEAL porterà complessivamente allo sviluppo di 5 piani di adattamento climatico, all'individuazione di indicatori per la valutazione delle aree pilota, all'elaborazione di un sistema di monitoraggio del cambiamento climatico.

L'Università Iuav di Venezia, partner del progetto (referente scientifico il Prof. Francesco Musco) ha ospitato l'1 e 2 marzo il meeting di lancio del progetto, avviato ufficialmente il 1 gennaio scorso per una durata di 18 mesi, con un budget di 799.191,80 euro, finanziati all'85% dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – FESR.

All'incontro hanno partecipato rappresentanti dei sei partner progettuali: oltre a Iuav, IRENA - Istrian Regional Energy Agency (capofila), Comune di Pesaro, Comune di Misano Adriatico, City of Dubrovnik Development Agency DURA e Parco Naturale Regionale "Dune costiere da Torre Canne a Torre S. Leonardo" (Ostuni).
Il progetto è stato presentato al pubblico durante un incontro aperto, a cui ha
partecipato Eugenio Morello, esperto del Politecnico di Milano.

"L'80% dei fondi comunitari ormai è dedicato ai temi ambientali – ha dichiarato Francesco Musco, responsabile scientifico del progetto –. iDEAL è il primo progetto su scala adriatica che supporta gli enti locali, i comuni, le regioni nella stesura di piani per l'adattamento al cambiamento climatico. In Italia l'Università Iuav di Venezia e Politecnico di Milano sono gli atenei che più di tutti si dedicano al tema dell'adattamento climatico e intendono rafforzare la collaborazione (già attiva con alcuni progetti comuni) per creare un asse Nord-Est che faccia ricerca su questo ambito in modo integrato."

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mercoledì 28 febbraio 2018

Sostenibilità ambientale. Imprese e adattamento ai cambiamenti climatici: aziende ancora impreparate sia a livello mondo sia in Italia - L'ultima indagine di DNV GL


I meccanismi di informazione finanziaria legati ai cambiamenti climatici sono sempre più richiesti, e le imprese sono chiamate in maniera crescente a riferire sui rischi finanziari collegabili ai cambiamenti climatici

La divulgazione delle informazioni relative ai rischi finanziari legati al clima fornisce a investitori, assicuratori e altre parti interessate, informazioni utili per analizzare e valutare i rischi e le opportunità legati al clima, e quindi sostenere le decisioni di allocazione di capitale.

Sono quattro le aree chiave delle attività delle imprese che sono influenzate da questa crescente domanda: organizzazione della governance; strategia e pianificazione finanziaria; gestione dei rischi; obiettivi da raggiungere e sistemi di misurazione dei risultati.

Questo dovrebbe essere un forte stimolo a integrare il tema della resilienza al clima già nella strategia e pianificazione finanziaria; nonché il considerare diversi scenari climatici già nella fase di definizione delle strategie.

Tuttavia queste raccomandazioni e la tendenza in atto di forte domanda di informazioni sui rischi finanziari relative al cambiamento climatico non sembrano essere rispecchiate nelle strategie, nelle tattiche e nelle azioni del mondo imprenditoriale.

Proprio in questo ambito, DNV GL, ente internazionale di certificazione, ha recentemente effettuato un'indagine presso il proprio bacino di imprese clienti volto a esplorare lo stato dell'arte e le previsioni future sul tema dell'adattamento e della resilienza ai cambiamenti climatici da parte del mondo delle imprese, coinvolgendone migliaia nel mondo. 

Lo studio, condotto in collaborazione con l'istituto di ricerca GFK, ha evidenziato come le aziende su scala globale siano ancora impreparate ad affrontare la problematica

I cambiamenti climatici non sono un fenomeno ipotetico che appartiene a un futuro remoto, ma un evento attuale e imprevedibile con cui tutti dobbiamo imparare a convivere da subito, aziende in primis.

Per quanto concerne l'Italia, il recente rapporto emesso dall'Agenzia Ambientale Europea (AEA), per il periodo 1980-2016, "Climate change adaptation and disaster risk reduction in Europe — enhancing coherence of the knowledge base, policies and practices", rivela quanto la nostra nazione non sia ben posizionata verso i maggiori rischi generati dal climate change. 

Secondo il report, infatti, tra i 28 Stati membri dell'UE, l'Italia ha vissuto il più grande danno economico derivante da pericoli naturali nel periodo 1980-2016. In questo periodo, la AEA calcola che l'Italia ha subito danni per 64,9 miliardi di euro a causa di eventi climatici estremi. Tra i 33 Paesi dello spazio economico europeo (SEE), la Penisola è, inoltre, il secondo paese per numero di vittime, più di 20mila, dopo la Francia (23mila). 

Nonostante questa conclamata e forte esposizione al rischio climatico, dalla indagine ViewPoint di DNV GL su adattamento e resilienza delle imprese al climate change emerge, tuttavia, che il settore privato in Italia (circa il 40% del campione globale dell'indagine) sembra ancora sottovalutare questi rischi e la loro ripercussione sulle attività.

INTERNAZIONALE
Climate change: imprese ancora impreparate
Secondo una recente indagine DNV GL, le aziende sono ancora impreparate ad adattarsi ai cambiamenti climatici nonostante l'esposizione a rischi meteorologici estremi.
Un nuovo sondaggio internazionale condotto da DNV GL, ente di certificazione leader a livello mondiale, con il supporto di GFK Eurisko, indaga se e in quale misura le aziende siano resilienti ai cambiamenti climatici. 
Lo studio ha coinvolto più di 1.200 professionisti provenienti da Europa, Asia e America. 
"Le aziende hanno già evidenza degli impatti generati dai cambiamenti climatici sulle proprie operazioni o riconoscono che vi sia un alto rischio di conseguenze imminenti. Nonostante ciò, si registra una mancanza di proattività, con solo una minoranza di imprese che sta portando avanti iniziative che mirano all'adattamento o ad aumentare la resilienza. Stanno sottovalutando quanto possano essere dirompenti gli impatti e quanto sia urgente affrontare questo problema?" è la domanda che pone Luca Crisciotti, CEO di DNV GL - Business Assurance. 
Quasi tutte le imprese coinvolte nel sondaggio hanno menzionato almeno un rischio legato al clima che ritengono potrà avere un impatto diretto o indiretto sulla propria attività. Le maggiori preoccupazioni sono legate agli aumenti di temperatura/ondate di calore (55%), alle tempeste (44%) e alle alluvioni (38%). 
Le preoccupazioni variano in base alla collocazione geografica. Ad esempio, in America Centrale e Meridionale e in Europa, 6 aziende su 10 indicano l'aumento delle temperature e le ondate di calore come rischio predominante, mentre 6 su 10 in Nord America vedono nelle tempeste la minaccia principale.
ITALIA
Imprese italiane e cambiamenti climatici: si sottovalutano i rischi?
Anche le aziende italiane stentano ad avviare strategie, processi e programmi per contrastare gli impatti dei cambiamenti climatici. 
L'ente di certificazione internazionale DNV GL ha recentemente pubblicato un'indagine sul tema dell'adattamento e della resilienza ai cambiamenti climatici da parte del mondo delle imprese, coinvolgendone oltre 1.200 nel mondo. 
L'indagine, condotta in collaborazione con l'istituto di ricerca GFK, ha evidenziato come le aziende su scala globale siano ancora impreparate ad affrontare la problematica. Non fanno eccezione le imprese italiane, che non spiccano per proattività.

Nonostante il 40% circa delle aziende del Bel Paese riconosca già gli effetti dei cambiamenti climatici su almeno una delle aree principali della propria attività (asset, operazioni, catena di fornitura o clienti e mercati) o se li aspetti nel breve termine, sono poche quelle che hanno già preso precauzioni. 
I RISCHI CLIMATICI PIU' TEMUTI 
Innalzamento delle temperature e ondate di calore (73%) in netta predominanza, tempeste e siccità (31%) e alluvioni (29%) sono gli eventi climatici più temuti dalle aziende del nostro Paese. 
Seguono, a distanza, gli incendi (14%), l'innalzamento del livello medio del mare (12%), frane e smottamenti (11%) e acidificazione delle acque marine (5%). 
AZIONI DI ADATTAMENTO 
Solo due imprese italiane su dieci (19%; - 6% rispetto alla media globale) hanno già implementato iniziative di adattamento e resilienza al climate change, mentre il 14% le sta pianificando. 


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venerdì 19 gennaio 2018

CLIMA: WWF, OCCORRE UNA MOBILITAZIONE STRAORDINARIA CONTRO RISCALDAMENTO GLOBALE - 2017 ANNO PIÙ CALDO MAI REGISTRATO SENZA FENOMENO ‘EL NINO’

CLIMA: WWF, OCCORRE MOBILITAZIONE STRAORDINARIA CONTRO RISCALDAMENTO GLOBALE.

2017 ANNO PIÙ CALDO MAI REGISTRATO SENZA FENOMENO 'EL NINO'.



Oggi l'Organizzazione Metereologica Mondiale e le maggiori istituzioni scientifiche hanno confermato che il 2017 è stato il secondo anno più caldo mai registrato (parimeriti con il 2015), e il più caldo senza il fenomeno de El Nino. Il 2016 l'anno più caldo (1,2°C sopra I livelli dell'era preindustriale).

La temperatura media globale nel 2017 e nel 2015 è stata di 1,1°C sopra I livelli dell'era preindustriale. Ormai siamo di fronte a colpi di cannone, non più campanelli d'allarme. I dati sulla temperatura globale, insieme a quelli sulla tendenza degli ultimi decenni, sui fenomeni estremi (uragani, siccità) e sulla fusione del ghiaccio Artico e molti altri, preoccupano l'opinione pubblica e gli attori economici, come dimostrano anche i dati resi noti al World Economic Forum.

E ancor di più preoccupano i climatologi. Secondo il WWF sarebbe folle e immorale non reagire con una immediata mobilitazione dei governi per imprimere una svolta straordinaria all'azione sul clima, con impegni e iniziative di riduzione delle emissioni che vadano ben oltre quelli già stabiliti.
È necessario fare il possibile, e anche molto di più, per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C: ogni incremento ulteriore potrebbe comportare la distruzione di ecosistemi, perdite e sofferenza di persone e comunità, lo stravolgimento del pianeta come lo conosciamo.




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giovedì 16 novembre 2017

Sostenibilità ambientale: Ricoh inserita nella “Climate A List 2017” di CDP


Vimodrone, 16 novembre 2017 – Ricoh è stata riconosciuta da CDP come leader a livello mondiale per l’impegno nel contrastare i cambiamenti climatici ed è stata inserita nella “Climate A List 2017”.

Stilata dall’organizzazione globale no-profit CDP, la “Climate A List 2017” include le aziende che hanno conseguito importanti risultati ambientali grazie ad attività e strategie messe in atto per contrastare i cambiamenti climatici

CDP ha analizzato oltre 5.000 aziende in tutto il mondo includendone 112 nella lista di cui 13 sono giapponesi.

Ricoh è tra il 5% delle imprese che partecipano al Climate Change Programme di CDP ad essere incluse nella lista, per cui la sostenibilità e la condivisione dei propri dati ambientali sono riconosciute a livello internazionale.

Javier Diez-Aguirre, VP, Corporate Marketing di Ricoh Europe, commenta: “Ci impegniamo ad essere a emissioni zero in tutte le fasi della value chain. Questo include ad esempio lo sviluppo di prodotti efficienti da un punto di vista energetico, la promozione di attività per la conservazione delle risorse e l’utilizzo di energie rinnovabili”.

Nella Ricoh Group Environmental Declaration Ricoh si impegna a soddisfare il 100% del proprio fabbisogno energetico attraverso fonti di energia rinnovabile entro il 2050. Inoltre, Ricoh è la prima azienda giapponese ad entrare a far parte del programma RE100 che incoraggia ad utilizzare esclusivamente energia rinnovabile.
 

Ricoh
Ricoh è un Gruppo multinazionale che da oltre 80 anni contribuisce alla trasformazione degli ambienti di lavoro. Come espresso dalla tagline aziendale imagine. change. Ricoh supporta le aziende e le persone con tecnologie e servizi che promuovono l’innovazione, migliorano la sostenibilità e sostengono la crescita del business. L’offerta di Ricoh include soluzioni per la gestione documentale e il production printing, IT Services, sistemi per la visual communication, fotocamere digitali e prodotti industriali.

Con sede principale a Tokyo, Ricoh è presente in oltre 200 Paesi e nell’anno fiscale conclusosi a marzo 2017 ha realizzato un fatturato di 2.028 miliardi di yen (circa 18,2 miliardi di dollari).

Per ulteriori informazioni potete visitare il sito:
www.ricoh.it



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