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venerdì 19 ottobre 2018

Come è cambiato il clima dell’Antartide? Riscaldamento globale: dal passato arrivano nuove ipotesi su cosa ci aspetta in futuro

Come è cambiato il clima dell'Antartide?
Riscaldamento globale: dal passato arrivano nuove ipotesi su cosa ci aspetta in futuro


L'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) lo chiede da anni e l'ha appena ribadito nel rapporto quinquennale presentato l'8 ottobre: se non si interverrà rapidamente per ridurre il riscaldamento globale mantenendolo entro i limiti del +1.5 °C le conseguenze per il nostro Pianeta e l'umanità saranno devastanti.

La conoscenza della situazione attuale dei ghiacci polari diventa quindi di estrema importanza per capire quali sono i margini di intervento.

Una review pubblicata sulla rivista Nature Communications e un report su Scientific Reports, entrambi coordinati da Florence Colleoni, ricercatrice della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC (oggi in forza all'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS), fanno il punto su come è cambiata nel tempo la risposta della calotta Antartica al riscaldamento oceanico e su cosa indagare per meglio prevedere l'evoluzione futura

E risultato comune a entrambi è l'evidenziazione della necessità di completare la mappatura della topografia sub-glaciali, che regola la velocita di discarica di ghiaccio nell'oceano, per poter meglio identificare i principali punti di non ritorno da non oltrepassare e predire l'ampiezza dei cambiamenti del livello del mare in atto.

L'ANALISI DEI DATI PRECEDENTI
Per capire cosa succederà alla calotta polare dell'Antartide con il riscaldamento globale, la review, frutto del lavoro di un gruppo internazionale di ricercatori si è concentrata su come la calotta stessa ha risposto in passato ai cambiamenti e soprattutto sui come modelli previsionali possono integrare le osservazioni e le rilevazioni di oggi con quelle di ieri.

"Anche se grazie a questi modelli possiamo fare delle ipotesi sull'andamento futuro, i risultati predittivi dei modelli fisici sono profondamente influenzati dalla mancanza di dati topografici completi e dalla parziale conoscenza di alcuni processi oceanici, glaciologici e idrologici" spiega Florence Colleoni. 

"Le dinamiche glaciali - prosegue Colleoni - sono principalmente determinate da come il ghiaccio fluisce al di sopra dello strato roccioso che si trova al di sotto di essa. Ma la mancanza di un'accurata topografia sub-glaciale (con l'individuazione della presenza di eventuali cavità, rilievi, laghi, argini, etc), dovuta all'oggettiva difficoltà di mappare l'intera calotta antartica, rende difficile simulare con dei modelli il comportamento del ghiaccio, come fluisca al di sopra della piattaforma, e la sua risposta alle variazioni atmosferiche e oceaniche. Questo è anche il motivo per cui le proiezioni sul contributo futuro dell'Antartide a variazioni del livello del mare rimangono altamente incerte.
Sappiamo inoltre che l'oceano riveste un ruolo decisivo nell'assottigliamento e progressivo collasso delle piattaforme glaciali, ma disponiamo di ben poche osservazioni su come avviene la circolazione oceanica al di sotto delle piattaforme glaciali, o quanto sia calda l'acqua dell'oceano". Di questo si sta occupando anche l'IPCC che sta lavorando a un rapporto speciale su "Ocean and Cryosphere" la cui uscita è prevista per il 2019 con l'obiettivo di valutare lo stato delle osservazioni esistenti e della comprensione di questi processi nelle zone polari.

La review ha dunque fatto il punto su quello si conosce delle interazioni e dei processi fisici che si verificano all'interfaccia tra calotta glaciale, il suolo roccioso sottostante la calotta (bed), l'oceano e i margini continentali attorno all'Antartide.

A causa dei cambiamenti climatici in atto, la calotta glaciale antartica potrebbe infatti ridursi notevolmente nei prossimi anni, non tanto per effetto dello scioglimento superficiale dei ghiacciai, come avviene per esempio in Groenlandia, ma per il sempre più frequente distacco di iceberg dalle sue estremità. 

Il futuro dell'Antartide è inoltre minacciato da un altro fenomeno, solo di recente identificato dai ricercatori: lo scioglimento delle piattaforme glaciali antartiche per effetto dell'intrusione di calde acque profonde circumpolari, un processo che sarebbe responsabile del rapido assottigliarsi e ritirarsi delle piattaforme glaciali galleggianti dell'Antartide osservato durante le ultime decadi. 

I modelli numerici mostrano che questo processo potrebbe portare velocemente alla scomparsa della calotta glaciale antartica occidentale (WAIS – West Antarctic Ice Sheet), si appoggia sul fondo del mare e non sulla terra ferma e per questo è particolarmente vulnerabile e sensibile al riscaldamento oceanico e all'innalzamento del livello del mare; in Antartide, inoltre, se la topografia sotto la piattaforma di ghiaccio avesse una pendenza rivolta verso l'interno (come la piattaforma continentale, più erosa nelle zone più interne), e non verso l'oceano, il collasso potrebbe essere ancora più rapido. Anche i record fossili ritrovati nei sedimenti marini documentano come il collasso delle calotta glaciale antartica occidentale e alcuni settori orientale si sia verificato ripetutamente nel corso degli ultimi 5 milioni di anni.

LA RISPOSTA DELLE CALOTTE POLARI AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Lo studio pubblicato su Scientific Reports ha rilevato come negli ultimi 34 milioni di anni, la piattaforma continentale antartica sia gradualmente sprofondata a causa del carico di ghiaccio, dello sprofondamento termico della crosta e dell'erosione dovuta a ripetute glaciazioni. Un particolare cambio nello sprofondamento si è registrato nei depositi sedimentari attorno al margine antartico, dopo il Miocene medio (circa 15 milioni di anni fa).

"Analizzando i dati sedimentari del margine continentale della calotta glaciale antartica, emergono tuttavia differenze dinamiche fondamentali della calotta tra l'epoca Miocenica (circa 20 Millioni di anni fa) e la storia più recente dell'Antartide, conseguenza probabile dell'abbassamento graduale della CO2 nel tempo." dice Laura De Santis (OGS).

"In base a queste osservazioni passate, abbiamo effettuato decine di simulazioni numeriche dell'evoluzione della calotta, variando le temperature oceaniche, il livello del mare eustatico e il clima" precisa Colleoni.

Il risultato delle varie simulazioni mostra chiaramente che l'evoluzione dello sprofondamento e dell'espansione dei margini continentali, aumenta la sensibilità della calotta glaciale antartica alle fluttuazioni di temperature oceaniche, indipendentemente del contesto climatico. Il clima modula quindi l'ampiezza della risposta della calotta sia alla batimetria che alla forza oceanica. 

Lo studio ipotizza quindi che la calotta ha contribuito all'amplificazione della propria sensibilità alle correnti oceaniche ampliando ed erodendo gradualmente la piattaforma continentale, che probabilmente ha cambiato i suoi punti di non ritorno (tipping point) nel tempo.

Anche in questo caso, la mancanza di ricostruzioni topografiche e batimetriche implica che finora abbiamo ancora una comprensione incompleta della risposta rapida della calotta alle condizioni climatiche calde del passato, che è cruciale per comprendere la sua evoluzione futura. 

Tuttavia, le incertezze nel contributo della calotta glaciale alle variazioni del livello del mare in passato o ad altri meccanismi di forzatura nei periodi chiave, come il Miocene medio, il Pliocene medio o l'Ultimo interglaciale, sono ancora grandi.

Ma ricostruire la morfologia dei fondali marini del passato e la topografia subglaciale sottostante, è molto difficile.
Le ricostruzioni precedenti delle calotte glaciali forniscono utili informazioni sulla risposta alle variazioni climatiche calde e fredde di diverse grandezze.

Comprendere meglio queste caratteristiche diventa dunque determinante per poter valutare con un grado di minor incertezza il contributo dell'Antartide alle variazioni future del livello del mare e del clima.

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Spatio-temporal variability of processes across Antarctic ice-bed–ocean interfaces – Nature Communications (2018)9:2289
Hanno collaborato: Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS, Colorado College, Istituto di Scienze Marine - CNR, Victoria University of Wellington, Alfred Wegener Institute, University of Bremen, Montclair State University e Imperial College of London

Past continental shelf evolution increased Antarctic ice sheet sensitivity to climatic conditions – Scientific Reports 9: 2289 (2018) 
Hanno collaborato: Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici; dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS; del Dipartimento Scienze Fisiche, della Terra e dell'Ambiente dell'Università di Siena; dell'Earth Research Institute, University of California di Santa Barbara; della Louisiana State University, Department of Geology and Geophysics; del Department of Geography, University of Sheffield, UK; di CNR-ISMAR e di A.P.E. Research srl 


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Il clima del Mediterraneo nei prossimi 100 anni sarà più arido, secondo quanto emerge dalla studio del nostro più antico passato

Il clima del Mediterraneo nei prossimi 100 anni sarà più arido, secondo quanto emerge dalla studio del nostro più antico passato 

L'Università di Pisa partner della ricerca pubblicata su Nature Communications e basata sulle analogie fra l'ultimo periodo interglaciale e la situazione attuale 

Più arido e con minori precipitazioni, potrà essere così il clima del Mediterraneo nei prossimi cento anni secondo quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato su Nature Communications e al quale hanno partecipato come unici italiani Eleonora Regattieri e Giovanni Zanchetta del dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa. 

La ricerca, che complessivamente ha coinvolto 12 istituzioni fra cui l'University College di Londra come capofila, si basa sull'idea che l'analisi del clima passato, in questo caso l'ultimo periodo interglaciale (129-116 mila anni fa), possa fornire fondamentali indicazioni per capire le tendenze attuali e future.

"Lo studio dell'ultimo periodo interglaciale è particolarmente rilevante perché è stato caratterizzato da un intenso riscaldamento artico, con temperature più alte di alcuni gradi rispetto a quelle attuali e quindi paragonabili agli scenari di riscaldamento previsti per la fine di questo secolo", spiega Giovanni Zanchetta.
Come conseguenza del riscaldamento, la ricerca ha stimato che il livello globale del mare nell'ultima epoca interglaciale sia stato di circa 6-9 metri superiore al livello attuale, un innalzamento in buona parte dovuto alla fusione della calotta glaciale della Groenlandia.

"Un tale scioglimento dei ghiacci potrebbe quindi aver contribuito ad un'instabilità, della circolazione oceanica del Nord Atlantico, con momenti di indebolimento corrispondenti a periodi di scarsità di precipitazioni in Europa", aggiunge Zanchetta.

Per definire in dettaglio i cambiamenti oceanici e atmosferici dell'Atlantico settentrionale e dell'Europa meridionale, i ricercatori hanno prodotto una sorta di "stele di rosetta stratigrafica" analizzando una carota di sedimento marino proveniente dal margine atlantico della penisola iberica. 

I dati emersi, relativi ad esempio ai pollini e ai cambiamenti della vegetazione, sono stati quindi confrontati con l'andamento delle precipitazioni, registrato nelle stalagmiti della grotta "Antro del Corchia", nel nord Italia, già studiate dai geologi dell'Università di Pisa. 

Il collegamento tra Corchia e il margine atlantico della penisola iberica ha così permesso ai ricercatori di datare per la prima volta in modo dettagliato e preciso i cambiamenti climatici nel Nord Atlantico. L'Antro del Corchia possiede infatti un vero e proprio archivio del clima passato, conservato nella stratigrafia e nelle proprietà chimiche delle sue concrezioni, che copre più di un milione di anni.

"Sebbene l'ultimo periodo interglaciale non sia un del tutto sovrapponibile a quanto accade oggi come conseguenza dell'attività umana – conclude Zanchetta - il profilo climatico che emerge, su scala secolare, indica che il progressivo riscaldamento che stiamo osservando possa generare in futuro un'instabilità del clima associata a fenomeni significativi di siccità".

Giovanni Zanchetta ed Eleonora Zanchetta sono ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa, dipartimento da anni leader nelle ricerche paleoclimatiche che a livello didattico offre, fra i primi in Italia, un nuovo curriculum di Climatologia nell'ambito un corso di laurea magistrale di Scienze ambientali.

L'articolo " Enhanced climate instability in the North Atlantic and southern Europe during the Last Interglacial" di P.C. Tzedakis et al. è stato pubblicato su Nature Communications il 12 ottobre 2018.

Didascalia foto: Stalagmiti dall'Antro del Corchia (Lucca) (Foto I. Isola).


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mercoledì 11 aprile 2018

Cambiamenti climatici. Artico: un pianeta troppo caldo - 13 aprile collegamento Green Cross e CNR-DTA con la base Dirigibile Italia

Un pianeta troppo caldo:
dall'Artico una lezione sui cambiamenti climatici

Green Cross e CNR spiegano agli studenti le sfide della ricerca sul Global Warming

Se ci si trova al Polo Nord è praticamente impossibile essere scettici sui cambiamenti climatici. 
Qui l'inverno ha cambiato la sua fisionomia e anche la geografia viene ridisegnata da questi cambiamenti con implicazioni importanti per gli ecosistemi: l'aumento della tundra e delle aree vegetate spingono alcune specie a muoversi nell'entroterra alla ricerca di cibo. 
Questo vale anche per il mare: la diminuzione del ghiaccio favorisce l'assorbimento di calore, amplificando il processo di riscaldamento globale. 
Cosa sta succedendo all'Artico? E perché gli scienziati si sono spinti fino ai Poli per fare ricerche sul clima e sull'ambiente? 
Lo scopriranno gli studenti che parteciperanno all'incontro "Un pianeta troppo caldo", promosso dall'Ong ambientalista Green Cross e dal Dipartimento Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l'Ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-DTA), venerdì 13 aprile a Explora il Museo dei Bambini di Roma (via Flaminia 82, ore 10).
Cinquanta bambini di quarta e quinta elementare dialogheranno con i ricercatori in missione al Polo Nord in video-collegamento con la base Dirigibile Italia del Cnr a Ny-Ålesund, Isole Svalbard: scopriranno l'importanza della raccolta di dati scientifici per lo studio dei processi che sono alla base dei cambiamenti climatici in Artico e l'impatto che hanno alle nostre latitudini. 
I ricercatori illustreranno i nuovi esperimenti che stanno svolgendo per spiegare gli effetti sulle regioni polari delle polveri e degli inquinanti (aerosol) e residui della combustione (Black Carbon) prodotti dalle attività umane, trasportati dal vento dalle nostre latitudini fino al Polo.
«Il Black Carbon quando si deposita sulla superficie altera le proprietà di riflettività della neve e del ghiaccio, accelerandone lo scioglimento - spiega Emiliano Liberatori, responsabile della stazione artica Dirigibile Italia del Cnr, che condurrà il collegamento in videoconferenza -. Anche lo scioglimento del permafrost, il terreno perennemente ghiacciato delle regioni polari, ha delle conseguenze sul riscaldamento globale a causa del rilascio in atmosfera di ulteriori quantità di gas serra che intrappolano la radiazione termica emessa dalla superficie terrestre. L'inquinamento ha causato al Polo Nord un aumento della temperatura di 1,3 gradi negli ultimi 20 anni. Le trasformazioni dell'Artico non rappresentano solo un segnale dell'impatto dei cambiamenti climatici ma costituiscono un fattore di accelerazione del riscaldamento, anche alle nostre latitudini. Da qui, la necessità di raccogliere dati e informazioni che aiutino a migliorare i modelli di previsione».
L'appuntamento di Green Cross e Cnr al Museo Explora si inserisce nell'ambito della campagna di promozione del concorso nazionale Immagini per la Terra, organizzato in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione e con il sostegno di Acqua Lete.l


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martedì 10 aprile 2018

GREENPEACE: DOBBIAMO DIMEZZARE LA PRODUZIONE DI CARNE E PRODOTTI LATTIERO CASEARI

GREENPEACE: DOBBIAMO DIMEZZARE LA PRODUZIONE DI CARNE E PRODOTTI LATTIERO CASEARI SE VOGLIAMO SALVARE IL CLIMA, LA NATURA E LA NOSTRA SALUTE


ROMA, 10.04.18 – Se vogliamo evitare gli impatti più devastanti dei cambiamenti climatici e rispettare l'Accordo di Parigi dobbiamo dimezzare produzione e consumo globale di carne e prodotti lattiero caseari entro il 2050. Lo afferma il rapporto di Greenpeace "Meno è meglio".


In Europa la riforma della PAC (Politica Agricola Comune) deve facilitare la transizione dal modello degli allevamenti intensivi a forme di agricoltura e di allevamento ecologiche

"La Politica Agricola Comune ci sta spingendo verso un baratro di insostenibilità. Gli allevamenti intensivi sono una grande fonte di emissioni di CO2, di inquinamento dell'aria e dell'acqua e possono causare seri problemi alla salute tra cui lo sviluppo della resistenza agli antibiotici" afferma Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. "L'Italia e l'Unione europea devono garantire che l'imminente riforma della PAC acceleri il passaggio a una produzione sostenibile di ortaggi e verdure e a ridurre gli allevamenti industriali, ritirando il sostegno della produzione intensiva di animali".

Tre animali su quattro allevati in Europa sono tenuti in un ristretto numero di grandi allevamenti intensivi, mentre i piccoli produttori hanno ridotto il loro bestiame del 50 per cento.

Se non affrontiamo rapidamente la questione, il contributo dell'agricoltura alle emissioni di gas serra nel 2050 potrebbe arrivare al 52 per cento delle emissioni totali. Il 70 per cento di questo contributo è previsto proprio dai settori della produzione di carne e prodotti lattiero-caseari. In Europa gli allevamenti contribuiscono già alle emissioni di gas serra per il 12-17 per cento. Inoltre gli allevamenti contribuiscono all'inquinamento dell'acqua, in particolare con azoto e fosforo, e dell'aria, soprattutto con emissioni di ammoniaca e polveri sottili (PM2.5).

Non meno gravi gli impatti sanitari: per l'OMS (Organizzazione mondiale della sanità), l'EFSA (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) la resistenza agli antibiotici è "una delle maggiori minacce alla salute umana".

Un rapporto congiunto EFSA/ECDC conferma la presenza negli animali allevati di batteri che hanno sviluppato resistenza ad antibiotici di importanza cruciale. E l'Italia è seconda solo alla Spagna in Unione europea per uso di antibiotici negli allevamenti.

"La necessità di ridurre domanda e offerta di prodotti di origine animale è ormai il pensiero dominante nella comunità scientifica. Solo una significativa riduzione del consumo di carne e latticini ci garantirà un sistema agroalimentare adatto per il futuro, a beneficio degli esseri umani e del Pianeta" afferma il professor Pete Smith, Università di Aberdeen, che ha preso parte ai lavori dell'IPCC (Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici).


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venerdì 2 marzo 2018

iDEAL: lanciato all'Università Iuav di Venezia un nuovo progetto per il futuro del clima


"iDEAL"

LANCIATO ALL'UNIVERSITÀ IUAV UN NUOVO PROGETTO EUROPEO
PER IL FUTURO DEL CLIMA

Finanziato dal primo bando Standard+
del programma Interreg Italia-Croazia
​ ​
2014-2020
meeting di lancio del progetto
Venezia, Palazzo Badoer, 1-2 marzo 2018

Eventi meteorologici estremi, intensificazione degli incendi, siccità, alluvioni, frane sono tra gli effetti più diffusi del cambiamento climatico che colpiscono Italia e Croazia. La prevenzione, o almeno la riduzione, di questi effetti potrebbe essere supportata da un settore pubblico meglio organizzato per quanto riguarda l'acquisizione di dati e informazioni e la loro elaborazione. 

Su queste premesse si basa il progetto "iDEAL – Decision support for Adaptation pLan", finanziato dal primo bando – lanciato nel 2017 – del programma europeo Interreg Italia-Croazia 2014-2020.

Il progetto iDEAL aiuterà le amministrazioni pubbliche a prendere decisioni appropriate riguardo le misure di adattamento climatico e a sviluppare piani di adattamento climatico coerenti e adeguati nei territori coinvolti: per l'Italia, la zona costiera di Pesaro, Misano Adriatico e Ostuni, oltre all'area veneziana; per la Croazia, la zona costiera di Dubrovnik e la regione istriana.

Questo obiettivo sarà perseguito attraverso un processo condiviso di costruzione di conoscenza e la realizzazione di un Sistema di Supporto alle Decisioni comune per il cui uso, sviluppo e aggiornamento verrà realizzato un programma formativo transfrontaliero.

iDEAL porterà complessivamente allo sviluppo di 5 piani di adattamento climatico, all'individuazione di indicatori per la valutazione delle aree pilota, all'elaborazione di un sistema di monitoraggio del cambiamento climatico.

L'Università Iuav di Venezia, partner del progetto (referente scientifico il Prof. Francesco Musco) ha ospitato l'1 e 2 marzo il meeting di lancio del progetto, avviato ufficialmente il 1 gennaio scorso per una durata di 18 mesi, con un budget di 799.191,80 euro, finanziati all'85% dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – FESR.

All'incontro hanno partecipato rappresentanti dei sei partner progettuali: oltre a Iuav, IRENA - Istrian Regional Energy Agency (capofila), Comune di Pesaro, Comune di Misano Adriatico, City of Dubrovnik Development Agency DURA e Parco Naturale Regionale "Dune costiere da Torre Canne a Torre S. Leonardo" (Ostuni).
Il progetto è stato presentato al pubblico durante un incontro aperto, a cui ha
partecipato Eugenio Morello, esperto del Politecnico di Milano.

"L'80% dei fondi comunitari ormai è dedicato ai temi ambientali – ha dichiarato Francesco Musco, responsabile scientifico del progetto –. iDEAL è il primo progetto su scala adriatica che supporta gli enti locali, i comuni, le regioni nella stesura di piani per l'adattamento al cambiamento climatico. In Italia l'Università Iuav di Venezia e Politecnico di Milano sono gli atenei che più di tutti si dedicano al tema dell'adattamento climatico e intendono rafforzare la collaborazione (già attiva con alcuni progetti comuni) per creare un asse Nord-Est che faccia ricerca su questo ambito in modo integrato."

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mercoledì 28 febbraio 2018

Sostenibilità ambientale. Imprese e adattamento ai cambiamenti climatici: aziende ancora impreparate sia a livello mondo sia in Italia - L'ultima indagine di DNV GL


I meccanismi di informazione finanziaria legati ai cambiamenti climatici sono sempre più richiesti, e le imprese sono chiamate in maniera crescente a riferire sui rischi finanziari collegabili ai cambiamenti climatici

La divulgazione delle informazioni relative ai rischi finanziari legati al clima fornisce a investitori, assicuratori e altre parti interessate, informazioni utili per analizzare e valutare i rischi e le opportunità legati al clima, e quindi sostenere le decisioni di allocazione di capitale.

Sono quattro le aree chiave delle attività delle imprese che sono influenzate da questa crescente domanda: organizzazione della governance; strategia e pianificazione finanziaria; gestione dei rischi; obiettivi da raggiungere e sistemi di misurazione dei risultati.

Questo dovrebbe essere un forte stimolo a integrare il tema della resilienza al clima già nella strategia e pianificazione finanziaria; nonché il considerare diversi scenari climatici già nella fase di definizione delle strategie.

Tuttavia queste raccomandazioni e la tendenza in atto di forte domanda di informazioni sui rischi finanziari relative al cambiamento climatico non sembrano essere rispecchiate nelle strategie, nelle tattiche e nelle azioni del mondo imprenditoriale.

Proprio in questo ambito, DNV GL, ente internazionale di certificazione, ha recentemente effettuato un'indagine presso il proprio bacino di imprese clienti volto a esplorare lo stato dell'arte e le previsioni future sul tema dell'adattamento e della resilienza ai cambiamenti climatici da parte del mondo delle imprese, coinvolgendone migliaia nel mondo. 

Lo studio, condotto in collaborazione con l'istituto di ricerca GFK, ha evidenziato come le aziende su scala globale siano ancora impreparate ad affrontare la problematica

I cambiamenti climatici non sono un fenomeno ipotetico che appartiene a un futuro remoto, ma un evento attuale e imprevedibile con cui tutti dobbiamo imparare a convivere da subito, aziende in primis.

Per quanto concerne l'Italia, il recente rapporto emesso dall'Agenzia Ambientale Europea (AEA), per il periodo 1980-2016, "Climate change adaptation and disaster risk reduction in Europe — enhancing coherence of the knowledge base, policies and practices", rivela quanto la nostra nazione non sia ben posizionata verso i maggiori rischi generati dal climate change. 

Secondo il report, infatti, tra i 28 Stati membri dell'UE, l'Italia ha vissuto il più grande danno economico derivante da pericoli naturali nel periodo 1980-2016. In questo periodo, la AEA calcola che l'Italia ha subito danni per 64,9 miliardi di euro a causa di eventi climatici estremi. Tra i 33 Paesi dello spazio economico europeo (SEE), la Penisola è, inoltre, il secondo paese per numero di vittime, più di 20mila, dopo la Francia (23mila). 

Nonostante questa conclamata e forte esposizione al rischio climatico, dalla indagine ViewPoint di DNV GL su adattamento e resilienza delle imprese al climate change emerge, tuttavia, che il settore privato in Italia (circa il 40% del campione globale dell'indagine) sembra ancora sottovalutare questi rischi e la loro ripercussione sulle attività.

INTERNAZIONALE
Climate change: imprese ancora impreparate
Secondo una recente indagine DNV GL, le aziende sono ancora impreparate ad adattarsi ai cambiamenti climatici nonostante l'esposizione a rischi meteorologici estremi.
Un nuovo sondaggio internazionale condotto da DNV GL, ente di certificazione leader a livello mondiale, con il supporto di GFK Eurisko, indaga se e in quale misura le aziende siano resilienti ai cambiamenti climatici. 
Lo studio ha coinvolto più di 1.200 professionisti provenienti da Europa, Asia e America. 
"Le aziende hanno già evidenza degli impatti generati dai cambiamenti climatici sulle proprie operazioni o riconoscono che vi sia un alto rischio di conseguenze imminenti. Nonostante ciò, si registra una mancanza di proattività, con solo una minoranza di imprese che sta portando avanti iniziative che mirano all'adattamento o ad aumentare la resilienza. Stanno sottovalutando quanto possano essere dirompenti gli impatti e quanto sia urgente affrontare questo problema?" è la domanda che pone Luca Crisciotti, CEO di DNV GL - Business Assurance. 
Quasi tutte le imprese coinvolte nel sondaggio hanno menzionato almeno un rischio legato al clima che ritengono potrà avere un impatto diretto o indiretto sulla propria attività. Le maggiori preoccupazioni sono legate agli aumenti di temperatura/ondate di calore (55%), alle tempeste (44%) e alle alluvioni (38%). 
Le preoccupazioni variano in base alla collocazione geografica. Ad esempio, in America Centrale e Meridionale e in Europa, 6 aziende su 10 indicano l'aumento delle temperature e le ondate di calore come rischio predominante, mentre 6 su 10 in Nord America vedono nelle tempeste la minaccia principale.
ITALIA
Imprese italiane e cambiamenti climatici: si sottovalutano i rischi?
Anche le aziende italiane stentano ad avviare strategie, processi e programmi per contrastare gli impatti dei cambiamenti climatici. 
L'ente di certificazione internazionale DNV GL ha recentemente pubblicato un'indagine sul tema dell'adattamento e della resilienza ai cambiamenti climatici da parte del mondo delle imprese, coinvolgendone oltre 1.200 nel mondo. 
L'indagine, condotta in collaborazione con l'istituto di ricerca GFK, ha evidenziato come le aziende su scala globale siano ancora impreparate ad affrontare la problematica. Non fanno eccezione le imprese italiane, che non spiccano per proattività.

Nonostante il 40% circa delle aziende del Bel Paese riconosca già gli effetti dei cambiamenti climatici su almeno una delle aree principali della propria attività (asset, operazioni, catena di fornitura o clienti e mercati) o se li aspetti nel breve termine, sono poche quelle che hanno già preso precauzioni. 
I RISCHI CLIMATICI PIU' TEMUTI 
Innalzamento delle temperature e ondate di calore (73%) in netta predominanza, tempeste e siccità (31%) e alluvioni (29%) sono gli eventi climatici più temuti dalle aziende del nostro Paese. 
Seguono, a distanza, gli incendi (14%), l'innalzamento del livello medio del mare (12%), frane e smottamenti (11%) e acidificazione delle acque marine (5%). 
AZIONI DI ADATTAMENTO 
Solo due imprese italiane su dieci (19%; - 6% rispetto alla media globale) hanno già implementato iniziative di adattamento e resilienza al climate change, mentre il 14% le sta pianificando. 


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sabato 10 febbraio 2018

SOSTENIBILITÀ: ALL’ISTITUTO SERAFICO DI ASSISI CHIUSI I LAVORI DEL MOVIMENTO CATTOLICO MONDIALE PER IL CLIMA PER RIDURRE L’UTILIZZO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI


SOSTENIBILITÀ: ALL'ISTITUTO SERAFICO DI ASSISI CHIUSI I LAVORI DEL MOVIMENTO CATTOLICO MONDIALE PER IL CLIMA PER RIDURRE L'UTILIZZO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI

Una vera e propria campagna internazionale a cui hanno aderito 40 istituzioni e organizzazioni cattoliche di tutto il mondo che si impegnano in una politica di disinvestimento dalle fonti fossili di energia per dare vita a un modello che sia più sostenibile. E proprio dalla città di San Francesco, all'Istituto Serafico di Assisi, si è concluso il lavoro concreto del Movimento per delineare gli obiettivi della campagna secondo le linee guida tracciate da Papa Francesca nell'Enciclica Laudato Sì.

Si è chiusa positivamente la tre giorni in Umbria, all'Istituto Serafico di Assisi, del Movimento Cattolico per il Clima (Global Catholic Climate Movement) per tracciare i temi prioritari e stilare una vera e propria road map di avvicinamento agli obiettivi della campagna internazionale per il disinvestimento dalle fonti fossili. 

Sono passati quattro mesi da quando 40 istituzioni e organizzazioni cattoliche in rappresentanza di ogni parte del pianeta hanno annunciato di aver abbandonato il sostegno finanziario ai combustibili fossili e gettato le basi per un'economia a impatto zero di carbonio.

Proprio ad Assisi, città di San Francesco e luogo sacro profondamente significativo per 1,2 miliardi di cattolici in tutto il mondo, meta ogni anno di numerosi pellegrinaggi, tre diverse organizzazioni religiose il Sacro Convento, la Diocesi e l'Istituto Serafico di Assisi hanno scelto di aderire alla campagna sulla base anche degli insegnamenti di Papa Francesco nell'enciclica Laudato Sì, che sottolinea l'importanza di dar vita a un modello che sia più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e che preveda un'accelerazione  nel processo di transizione dalle fonti fossili di energia a quelle rinnovabili.

"La scelta di tenere questi primi lavori all'Istituto Serafico di Assisi nasce come segno della Cura del Creato a partire dai più deboli e di quella ecologia integrale che ha a cuore tutta l'umanità ed il Creato nelle sue fragilità e vulnerabilità. Siamo stati accolti in maniera eccellente non solo dalle persone incontrate, ma anche i luoghi dove il Serafico cura i propri ragazzi e dove in questi giorni abbiamo focalizzato i prossimi impegni del Movimento, esprimono un'attenzione di altissimo livello verso il mondo circostante e la sua salvaguardia. Qui al Serafico si intuiscono già come realizzate tante delle indicazioni che la Laudato Sì' ci offre per essere attenti a noi, al prossimo e al Creato che ci accoglie" ha dichiarato Tomas Insua Direttore esecutivo del direttore Esecutivo del Global Catholic Climate Movement
L'Istituto Serafico di Assisi, è un centro specializzato nella ricerca medico-scientifica e riabilitazione di giovani con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali: accoglie e cura oltre 150 giovani pazienti, provenienti da ogni parte d'Italia e non solo. Fornisce annualmente 11.000 trattamenti riabilitativi e più di 12.000 trattamenti educativi-occupazionali grazie anche alla professionalità di medici e operatori specializzati volta a garantire benessere a misura di disabile.
"Abbiamo accolto molto volentieri questo primo incontro e il team riunitosi qui ad Assisiha dichiarato Francesca Di Maolo, Presidente dell'Istituto Serafico di AssisiDa tempo abbiamo deciso di inserire tra le attività riabilitative anche la relazione con l'ambiente e la ricca essenzialità che la terra ci sa offrire, coniugando l'attenzione verso i nostri ragazzi con l'attenzione verso quello che circonda e pervade la vita loro e di ognuno di noi. E' un'attenzione a 360 gradi che parte dai nostri piccoli, transita ai nostri operatori e coinvolge i nostri luoghi di vita".
Domenica, in compagnia di Francesca Di Maolo, Presidente dell'Istituto Serafico di Assisi, il team organizzativo del Movimento Cattolico per il Clima, composto da uomini e donne provenienti da diversi paesi (Polonia, Argentina, Ecuador, Brasile, USA e Italia) ha avuto, dapprima, un incontro con il Vescovo di Assisi S.E. Mons Domenico Sorrentino e poi ha assistito alla messa in inglese celebrata nel Santuario della Spogliazione. 
Lunedì, invece, si sono recati presso la Tomba di San Francesco, due luoghi simbolo dell'essenzialità del vivere e del rinnovamento nel rapporto con la creazione di Dio per le generazioni presenti e future.
Una tre giorni dunque all'insegna della condivisione, dei contatti con il mondo religioso e delle istituzioni e un primo lavoro di stesura di azioni ed obiettivi che vedrà sia la città di Assisi che il Serafico come fulcro delle attività del Movimento in Italia, con l'obiettivo costante di vedere la Laudato Si' tradotta in buone prassi, azioni e iniziative a salvaguardia del creato e dell'ambiente dove viviamo.
     
ISTITUTO SERAFICO DI ASSISI
Il Serafico, fondato nel 1871, è un modello di eccellenza italiana ed internazionale nella riabilitazione, nella ricerca e nell'innovazione medico scientifica per i ragazzi con disabilità plurime. 

Convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale per trattamenti riabilitativi residenziali, semiresidenziali ed ambulatoriali, il Serafico accoglie e cura ogni giorno 150 pazienti, provenienti da tutto il territorio nazionale, per un totale di 10.895 trattamenti riabilitativi e 12.322 trattamenti educativi-occupazionali all'anno (dati 2015). 

In una superficie complessiva di circa 10.000 mq, posta su di un'area di 40.000 mq, sono disponibili 82 posti letto in regime residenziale, 2 posti letto in regime semi-residenziale, oltre ad un servizio ambulatoriale e di valutazione diagnostica-funzionale. 

Le persone al servizio degli utenti sono 267: circa 170 tra collaboratori e dipendenti e un centinaio di volontari, che mettono in campo non solo capacità e competenze, ma anche un "capitale di umanità" in grado di entrare in sintonia con i pazienti.


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venerdì 19 gennaio 2018

CLIMA: WWF, OCCORRE UNA MOBILITAZIONE STRAORDINARIA CONTRO RISCALDAMENTO GLOBALE - 2017 ANNO PIÙ CALDO MAI REGISTRATO SENZA FENOMENO ‘EL NINO’

CLIMA: WWF, OCCORRE MOBILITAZIONE STRAORDINARIA CONTRO RISCALDAMENTO GLOBALE.

2017 ANNO PIÙ CALDO MAI REGISTRATO SENZA FENOMENO 'EL NINO'.



Oggi l'Organizzazione Metereologica Mondiale e le maggiori istituzioni scientifiche hanno confermato che il 2017 è stato il secondo anno più caldo mai registrato (parimeriti con il 2015), e il più caldo senza il fenomeno de El Nino. Il 2016 l'anno più caldo (1,2°C sopra I livelli dell'era preindustriale).

La temperatura media globale nel 2017 e nel 2015 è stata di 1,1°C sopra I livelli dell'era preindustriale. Ormai siamo di fronte a colpi di cannone, non più campanelli d'allarme. I dati sulla temperatura globale, insieme a quelli sulla tendenza degli ultimi decenni, sui fenomeni estremi (uragani, siccità) e sulla fusione del ghiaccio Artico e molti altri, preoccupano l'opinione pubblica e gli attori economici, come dimostrano anche i dati resi noti al World Economic Forum.

E ancor di più preoccupano i climatologi. Secondo il WWF sarebbe folle e immorale non reagire con una immediata mobilitazione dei governi per imprimere una svolta straordinaria all'azione sul clima, con impegni e iniziative di riduzione delle emissioni che vadano ben oltre quelli già stabiliti.
È necessario fare il possibile, e anche molto di più, per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C: ogni incremento ulteriore potrebbe comportare la distruzione di ecosistemi, perdite e sofferenza di persone e comunità, lo stravolgimento del pianeta come lo conosciamo.




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domenica 14 gennaio 2018

L’intelligenza artificiale esplora il clima e trova conferme e novità

In una ricerca dell'Iia-Cnr, pubblicata sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, reti di neuroni artificiali – che apprendono il funzionamento del sistema climatico dai dati osservati nel passato – confermano le azioni umane come causa principale del riscaldamento globale recente e conducono a nuove scoperte sui cambiamenti climatici dell'ultimo secolo

Le applicazioni dell'intelligenza artificiale (IA), sia in ambito scientifico che tecnologico, sono molto numerose. Pochi, tuttavia, si aspetterebbero che l'IA possa aiutarci a comprendere le origini di un problema attuale e pressante come quello dei cambiamenti climatici. 

Una ricerca recente dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Iia-Cnr), pubblicata sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature e condotta in collaborazione con l'Università di Torino e l'Università di Roma Tre, ha mostrato come modelli di reti di neuroni artificiali (le cosiddette reti neurali) siano in grado di 'comprendere' i complessi rapporti tra i vari influssi umani o naturali e il comportamento climatico.

"Il cervello di un bambino che cresce aggiusta pian piano i propri circuiti neuronali e impara infine semplici regole e relazioni causa-effetto che regolano l'ambiente in cui vive, per esempio per muoversi correttamente all'interno di esso", spiega Antonello Pasini, ricercatore dell'Iia-Cnr e primo autore della ricerca. "Come questo bimbo, il modello di cervello artificiale che abbiamo sviluppato ha studiato i dati climatici disponibili e ha trovato le relazioni tra i fattori naturali o umani e i cambiamenti del clima, in particolare quelli della temperatura globale".

Finora, l'individuazione delle cause del riscaldamento del pianeta è studiata quasi esclusivamente mediante modelli climatici globali che utilizzano la nostra conoscenza fisica del funzionamento dell'atmosfera, dell'oceano e delle altre parti che compongono il sistema clima. "Tutti questi modelli attribuiscono alle azioni umane, in particolare all'emissione di gas serra come l'anidride carbonica, l'aumento delle temperature nell'ultimo mezzo secolo, e questa uniformità di risultati non sorprende, poiché i modelli sono piuttosto simili tra loro. Un'analisi completamente diversa consentirebbe pertanto di capire meglio se e quanto questi risultati siano solidi", continua Pasini.

Questo è quanto hanno realizzato i ricercatori, con un modello che 'impara' esclusivamente dai dati osservati e non fa uso della nostra conoscenza fisica del clima. "In breve – evidenzia Pasini – le reti neurali da noi costruite confermano che la causa fondamentale del riscaldamento globale degli ultimi 50 anni è l'aumento di concentrazione dei gas serra, dovuto soprattutto alle nostre combustioni fossili e alla deforestazione. Ma il nostro modello permette di ottenere di più: ci dà informazioni sulle cause di tutte le variazioni di temperatura dell'ultimo secolo. Così, si vede che, mentre l'influsso solare non ha avuto alcun peso sulla tendenza all'aumento degli ultimi decenni, le sue variazioni hanno causato almeno una parte dell'incremento di temperatura cui si è assistito dal 1910 al 1945. La pausa nel riscaldamento registrata tra il 1945 e il 1975, invece, è dovuta all'effetto combinato di un ciclo naturale del clima visibile particolarmente nell'Atlantico e delle emissioni antropiche di particelle contenenti zolfo, a loro volta causa di cambiamenti nel ciclo naturale".

La ricerca chiarisce quindi nel dettaglio i ruoli umani e naturali sul clima. "E conferma la conclusione che i primi siano stati molto forti e influenti almeno a partire dal secondo dopoguerra", conclude Pasini. "Ma questa non è una notizia negativa, anzi: significa che possiamo agire per limitare le nostre emissioni ed evitare conseguenze peggiori anche in Italia, paese particolarmente vulnerabile dal punto di vista climatico-ambientale".


La scheda

Chi: Istituto sull'inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Iia-Cnr)
Che cosa: A. Pasini, P. Racca, S. Amendola, G. Cartocci, C. Cassardo, Attribution of recent temperature behaviour reassessed by a neural-network method, Scientific Reports 7, 17681 (2017)



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domenica 17 dicembre 2017

54 multinazionali chiedono misure concrete per il clima

Epson è fra le 54 società
che firmano l'appello a favore di una rapida azione sulla questione climatica.

Epson si impegna a raggiungere un'economia a basse emissioni di carbonio in linea con l'Accordo di Parigi.

Cinisello Balsamo, 17 dicembre 2017 - Due anni dopo l'adozione pionieristica dell'Accordo di Parigi (12 dicembre 2015), Epson Europe insieme a un'ampia alleanza formata da 54 aziende internazionali provenienti da tutti i continenti e da una vasta gamma di settori, chiede che venga messa in atto un'azione ambiziosa sul clima come base per il futuro successo economico. 

In una dichiarazione congiunta, Epson Europa e le altre imprese firmatarie si rivolgono in particolare ai venti Paesi più industrializzati, che rappresentano il 74% delle emissioni globali, affinché utilizzino il G20 come forum per elaborare misure concrete a lungo termine, con l'obiettivo di accelerare la decarbonizzazione globale, e invitano anche gli altri Paesi a unire gli sforzi. 

Le misure comprendono l'abbandono graduale dei sussidi per i combustibili fossili entro il 2025, un prezzo adeguato per il carbone e la chiarezza sui rischi finanziari legati al clima.

Con questa dichiarazione, le aziende chiedono la definizione delle condizioni di scenario che gettino le basi per un percorso verso la limitazione dell'aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C e che consentano loro di contribuire attivamente all'attuazione dell'Accordo di Parigi

Esse affermano che uno sviluppo a basse emissioni di carbonio garantirà posti di lavoro e prosperità, dando il via a nuove importanti opportunità in termini di innovazione e imprenditorialità. 

Queste aziende rappresentano oltre 1,9 milioni di dipendenti in tutto il mondo e un fatturato totale di oltre 676 miliardi di euro, pari al 40% del PIL dell'Italia e a più del doppio del PIL della Danimarca.

La "coalizione" di aziende si è rivolta anche ai Capi di Stato che sono riuniti oggi nella capitale francese per il "One Planet Summit", affinché invitino i governi a mantenere lo slancio dell'Accordo di Parigi per lo sviluppo e l'attuazione di strategie a lungo termine per la decarbonizzazione. 

Allo stesso tempo, le imprese firmatarie riaffermano il loro profondo impegno per affrontare in modo proattivo i cambiamenti climatici nelle proprie attività e politiche, tenendo conto dei contesti che sostengono le azioni imprenditoriali sul clima come il prezzo del carbone, l'attuazione della TCFD (Task Force on Climate-related Financial Disclosures) nei report e gli obiettivi basati su dati scientifici.

"Il cambiamento climatico è un problema serio che affligge il nostro pianeta ed Epson ritiene che sia responsabilità di governi, aziende e individui prendere provvedimenti per affrontarlo. Siamo ben consapevoli dei danni causati dalla CO2 e da altri gas a effetto serra e ci impegniamo a ridurre al minimo il loro impatto ambientale", afferma Henning Ohlsson, CSR Director di Epson Europe. 

"Epson si impegna costantemente per perfezionare le sue tecnologie principali e per ridefinire il mercato con i suoi prodotti e servizi. Riteniamo che il risultato di questi sforzi sarà un'ulteriore riduzione delle emissioni di CO2 e di altri gas a effetto serra, nonché un contributo continuo per ridurre l'impatto ambientale nei luoghi di lavoro e negli stili di vita dei nostri clienti. In prospettiva, con i suoi prodotti e servizi, Epson è fortemente impegnata a contribuire a una società più attenta all'ambiente."

"Con questa dichiarazione, le aziende mandano un segnale forte ai leader mondiali affermando di essere pronte a fare la loro parte per raggiungere un'economia a basse emissioni di carbonio in linea con l'Accordo di Parigi", ha affermato Sabine Nallinger, Managing Director della Fondazione Tedesca 2° che ha avviato l'iniziativa. 

"Le aziende chiariscono che la decarbonizzazione globale è già in atto e dovrà essere accelerata. Chi rimane al vertice di questa tendenza modellerà la trasformazione e trarrà vantaggio dalla creazione di valore in una futura economia a basse emissioni di carbonio", ha concluso Nallinger.


Gruppo Epson
Epson è leader mondiale nell'innovazione con soluzioni pensate per connettere persone, cose e informazioni con tecnologie proprietarie che garantiscono efficienza, affidabilità e precisione. 
Con una gamma di prodotti che comprende stampanti inkjet, sistemi di stampa digitale, videoproiettori 3LCD, così come robot industriali, visori e sensori, Epson ha come obiettivo primario promuovere l'innovazione e superare le aspettative dei clienti in settori, quali stampa inkjet, comunicazione visiva, tecnologia indossabile e robotica.

Con capogruppo Seiko Epson Corporation che ha sede in Giappone, il Gruppo Epson conta oltre 80.000 dipendenti in 86 società nel mondo ed è orgoglioso di contribuire alla salvaguardia dell'ambiente naturale globale e di sostenere le comunità locali nelle quali opera.
Epson Europe
Epson Europe B.V., con sede ad Amsterdam, è il quartier generale regionale del Gruppo per Europa, Medio Oriente, Russia e Africa. 
Con una forza lavoro di 1.750 dipendenti, le vendite di Epson Europa, per l'anno fiscale 2016, hanno raggiunto i 1.668 milioni di euro.

Epson Italia
Epson Italia - Epson Italia, sales company nazionale, per l'anno fiscale 2016 ha registrato un fatturato di oltre 221 milioni di Euro e impiega circa 190 persone.

Redazione del CorrieredelWeb.it

lunedì 11 dicembre 2017

Sostenibilità. Microsoft annuncia l’espansione del programma AI for Earth: investimenti per 50 milioni USD nei prossimi 5 anni - Politecnico di Milano prima univ. italiana coinvolta

In occasione del secondo anniversario dell'Accordo di Parigi sul clima, oggi nella capitale francese Brad Smith, President e Chief Legal Officer di Microsoft, ha annunciato l'espansione del programma Microsoft AI for Earth, confermando un investimento da parte di Microsoft di 50 milioni di dollari nei prossimi 5 anni.  

Brad Smith parteciperà inoltre agli incontri in programma a Parigi fino al 14 dicembre e oggi durante il suo keynote ha sottolineato il ruolo sempre più cruciale della tecnologia Microsoft Artificial Intelligence in alcuni settori quali l'Università, le ONG e le imprese a sostegno del clima, delle risorse idriche, dell'agricoltura e delle attività per la biodiversità.

Il programma Microsoft AI for Earth, lanciato lo scorso luglio, ha già offerto oltre 350.000 dollari a Istituzioni e ricercatori in oltre 10 Paesi per alcune applicazioni specifiche. In particolare, ti segnalo che in Italia il Politecnico di Milano è stato tra i primi ad ottenere un finanziamento per un progetto dedicato al monitoraggio del manto nevoso e alle previsioni di approvigionamento idrico attraverso il Deep Learning. 

AI for Earth conferma l'impegno di Microsoft nel processo di  "Democratizzazione dell'Artificial Intelligence" e l'attenzione dell'azienda nei confronti della sostenibilità ambientale, che da sempre contraddistingue il suo operato. 

Oltre a questo programma, Microsoft ha infatti contribuito alla riduzione delle emissioni, incrementando per esempio l'uso di energia rinnovabile nei Datacenter.

Il progetto del Politecnico di Milano
I ricercatori del Politecnico di Milano affrontano il problema della scarsità d'acqua e, in particolare, si concentrano sulla previsione della disponibilità d'acqua nella stagione secca nelle regioni montane temperate, dove l'approvvigionamento idrico è fortemente condizionato dall'estensione del manto nevoso delle catene montuose circostanti. 

Per raggiungere questo obiettivo, i ricercatori hanno pianificato un programma di elaborazione di contenuti multimediali web che estrae automaticamente gli indici di neve, e quindi indirettamente di acqua, le informazioni provenienti dalle foto di montagna scattate dagli utenti e dai filmati registrate dalle webcam. 

Il Politecnico ha già mostrato i vantaggi di questo tipo di monitoraggio ambientale con una singola webcam  e ora, grazie al finanziamento, renderà scalabile questa metodologia introducendo il  deep learning e applicando l'analisi delle immagini alla vasta collezione di foto e video raccolti negli ultimi due anni.



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giovedì 16 novembre 2017

Sostenibilità ambientale: Ricoh inserita nella “Climate A List 2017” di CDP


Vimodrone, 16 novembre 2017 – Ricoh è stata riconosciuta da CDP come leader a livello mondiale per l’impegno nel contrastare i cambiamenti climatici ed è stata inserita nella “Climate A List 2017”.

Stilata dall’organizzazione globale no-profit CDP, la “Climate A List 2017” include le aziende che hanno conseguito importanti risultati ambientali grazie ad attività e strategie messe in atto per contrastare i cambiamenti climatici

CDP ha analizzato oltre 5.000 aziende in tutto il mondo includendone 112 nella lista di cui 13 sono giapponesi.

Ricoh è tra il 5% delle imprese che partecipano al Climate Change Programme di CDP ad essere incluse nella lista, per cui la sostenibilità e la condivisione dei propri dati ambientali sono riconosciute a livello internazionale.

Javier Diez-Aguirre, VP, Corporate Marketing di Ricoh Europe, commenta: “Ci impegniamo ad essere a emissioni zero in tutte le fasi della value chain. Questo include ad esempio lo sviluppo di prodotti efficienti da un punto di vista energetico, la promozione di attività per la conservazione delle risorse e l’utilizzo di energie rinnovabili”.

Nella Ricoh Group Environmental Declaration Ricoh si impegna a soddisfare il 100% del proprio fabbisogno energetico attraverso fonti di energia rinnovabile entro il 2050. Inoltre, Ricoh è la prima azienda giapponese ad entrare a far parte del programma RE100 che incoraggia ad utilizzare esclusivamente energia rinnovabile.
 

Ricoh
Ricoh è un Gruppo multinazionale che da oltre 80 anni contribuisce alla trasformazione degli ambienti di lavoro. Come espresso dalla tagline aziendale imagine. change. Ricoh supporta le aziende e le persone con tecnologie e servizi che promuovono l’innovazione, migliorano la sostenibilità e sostengono la crescita del business. L’offerta di Ricoh include soluzioni per la gestione documentale e il production printing, IT Services, sistemi per la visual communication, fotocamere digitali e prodotti industriali.

Con sede principale a Tokyo, Ricoh è presente in oltre 200 Paesi e nell’anno fiscale conclusosi a marzo 2017 ha realizzato un fatturato di 2.028 miliardi di yen (circa 18,2 miliardi di dollari).

Per ulteriori informazioni potete visitare il sito:
www.ricoh.it



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